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“Cercavo l’Amore, che anche se universale, attraversava la vita di chiunque, mostrando le sue facce sempre diverse, come nel cubo di Rubrik.”

(I bianchi fiori di Zagara – di Mario Sbadolini)

mario copia_ppIl racconto è una “autobiografia romanzata di un viaggio”, che da Napoli porta ad Anna, l’amore perduto e poi ritrovato, in un percorso lunghissimo che dura una vita, passando per un matrimonio e una vincita fortunata al superenalotto. Si può scomporre il romanzo in due parti il primo è un viaggio nel tempo, nell’Italia nella giovinezza dell’autore e degli anni ’60 guardati con un occhio più attento alla polvere degli “anfratti” della storia italiana che alla stessa che, invece, rimane sullo sfondo. Il secondo viaggio invece è reale, dal Nord dell’Italia al Sud, e di questo due sono le tappe fondamentali: quelle del ritorno a Napoli, luogo dove l’autore è nato, e Palermo, città del suo primo amore, Anna.

intervista

Come è nata l’idea di questo libro?

È la “ricerca” non vorrei essere insultato da Proust! Ma non trovo migliore definizione che “la ricerca del proprio tempo perduto”. È un’analisi di una insieme di cose, realtà, fatti accaduti, fatti che si avrebbe voluto fossero accaduti in un modo diverso, desiderio: in sintesi, quelle sensazioni che la mente chiama emozioni.

Nel romanzo pone l’accento sulla diversità tra gli anni della sua giovinezza e i tempi attuali. Ce ne vuole parlare?

La stessa diversità che c’è tra la gioventù e la vecchiaia. Solo che quando guardi indietro, non ci sono tempi diversi, separati tra loro, ma c’è un solo percorso e quello che vedi del tuo tempo passato lo interpreti e lo analizzi con gli occhi e la mente di quello che ora sei. Della tua gioventù, dei tuoi favolosi anni sessanta non ne esce il cliché stereotipato trito e ritrito, ma, come dice giustamente lei, la polvere guardata negli anfratti, perché quegli anfratti sono gli indelebili ricordi personali, la propria visione e collocazione in quel mondo, i propri errori, i segni che hanno formato e che contraddistinguono quello che sono oggi. E la constatazione che quando l’uomo di oggi cerca di ripercorrere i percorsi di ieri, ne può ricordare il senso ma non ne ritrova più il gusto. Ecco perché la rivissuta sbronza di Cannaiola sul lago di Marta, lascia come ricordo solo un forte mal di testa, attacchi di gastrite, facendo capire all’io narrante del romanzo che è solo stolta presunzione credere che il vissuto di un tempo potesse venir ricreato al di fuori del contesto che lo aveva generato

Come ha scelto le tappe del suo viaggio in Italia?

Le tappe nascono da una casuale miscellanea di ricordi, oppure di fatti, luoghi vissuti anche in tempi diversi, ma che comunque sono serviti alla creazione di un costrutto logico, anche gli “intermezzi di percorso” il loro aspetto di erotismo sfumato, mi piace siano immaginati insieme al lettore, lasciando quel senso del dubbio che non spiega il limite tra realtà e finzione. Un po’ come il senso stesso del racconto: quel vago veleggiare tra realtà e sogno dove non è mai certo dove cominci l’uno e finisca l’altro. Altra cosa sono i punti fermi degli obbiettivi da raggiungere. Napoli, per far pace con una famiglia restata lontana nei fatti , nella mente ma non nel cuore e Palermo che alla fine rappresenta la sintesi della propria gioventù, dove amore, ricordo, desiderio, ansia paura, acquistano la valenza di un percorso che da sogno si trasforma nel viaggio. Un viaggio in motocicletta, dove il cavalcare il cavallo d’acciaio, il vento sulla pelle, diventano l’allegoria di una sfida a cui lo stesso libro partecipa, prendendo forma come co-attore del viaggio e poi la meta…

Anna è un personaggio che pernea tutto il romanzo, ci può parlare di lei?

Anna, è il pugno nello stomaco che ti violenta. Anna è la prima prova d’amore, agape, eros e phatos ed anche la prima vera prova della vita, che ti scopre debole quando tutto quello che hai provato prima si dissolve nel nulla. Anna è la fortuna di aver provato l’amore quello vero, profondo, struggente, intenso, incondizionato sofferente, Anna è la capacità di emozionarsi, che ti resta addosso per sempre, anche quando come persona svanisce.

Parliamo un po’ dell’autore de “I bianchi fiori di zagara”. Chi è Mario Sbardolini?

Nella presentazione del libro c’è scritto: ha fatto altro nella vita fino a che ha deciso di scrivere questo libro. Quello che sono io chi legge il libro lo può percepire, carpirne le sensazioni, il carattere, le debolezze perché, anche se con le parole si può dire molte cose, si può mentire, i può confondere, si può ammiccare, l’imprinting di una persona, quello non si può nascondere, risalta sempre e nel libro c’è abbastanza confusione perché possa emergere chiaramente!

Mario Sbardolini ci ha sempre giocato con le parole, sia quando lavorava nella comunicazione nella direzione generale un grande gruppo bancario italiano, sia quando addolciva di aggettivi relazioni finanziarie che avevano necessità di essere benaccolte.

Ha scritto o pubblicato altri romanzi?

Ho scritto articoli, commenti, cose smesse a metà, mai nulla che permettesse di distogliere i pensieri per il tempo lungo di un romanzo. Però per “I BIANCHI FIORI DI ZAGARA” è stato facile e mi sono anche divertito. Ho approcciato un mondo che non conoscevo, ci ho messo impegno, mi sono inventato editore di me stesso: ho scritto, impaginato, corretto, ho fatto l’editing e la copertina, con la soddisfazione di aver messo il mio libro sullo scaffale della libreria e, seppur tra libri di maggior merito ed alla fine, un po’ mi sono piaciuto!

Scusi la curiosità, lei a vinto mai al Superenalotto?

Il Gioco non è stato mai nelle mie corde. Della mia gioventù ho in mente l’immagine di mio padre e della schedina del Totip con quella sequenza di 1- 2- X sempre uguale ma così immessa nella memoria, da non dimenticarla mai. Mio padre l’ha sempre giocato quella schedina, penso sognasse di ritornare ai tempi in cui gloria, ricchezza e potere facevano parte della sua vita.

Se vincesse al “Meetale Award” cosa farebbe altro viaggio in moto per l’Italia stavolta per presentare il libro?

Non ho limiti (a parte l’anagrafe)

Un ultima domanda, perché i giudici dovrebbero votare il suo romanzo?

Per una ragione semplicissima: sono il migliore! (anche se tra l’essere ed il sentirsi migliore per chi ti legge, possa esserci qualche sottile differenza, però il crederci, non ti fa star male…)

(intervista a cura di Valerio Vozza)


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