Il Campo Bosonico
Tratto dal romanzo La Coscienza di Andiva, ciclo dell’Esodo
Antonio Bourbaki

Di sicuro vi sarà capitato di partire per un viaggio su un mezzo di fortuna, per aria o per mare,
di stare scomodi, sentirvi malandati, nauseati, e ogni minuto guardare l’orologio, sperando che di
tempo ne fosse passato già abbastanza, e non per il desiderio di arrivare, siamo onesti, ma per
quello di venirne fuori, di rimettere i piedi sulla terra; una bella sofferenza, ne converrete.
Immaginate, ora, che questo viaggio da incubo avvenisse verso l’alto, che di terra su cui mettere i
piedi al vostro arrivo non ce ne fosse, che il sedile che vi ospita fosse duro ed appuntito,
all’apparenza pensato per qualcuno con una stazza che di voi potrebbe contenerne il triplo, e che
tutt’attorno fosse un concerto di vibrazioni, scossoni e ammacchi vari. Non vi meraviglierebbe,
allora, di sapere che, trovandosi in questa situazione ostile, situazione che voi fortunatamente
avete dovuto solo immaginare, Assel continuasse a fulminare colui che di tutto questo era stato il
responsabile, parliamo di Rodd, ovviamente, e di farlo con uno sguardo di odio profondo, uno di
quelli che di solito si riservano agli avversari più acerrimi. Ci conviene partire subito, aveva detto,
la città è isterica, meglio levarsi di torno il prima possibile, aveva insistito, avremo modo di
sistemarci in tutta tranquillità, al riparo dal caos dell’inaugurazione, e alla fine Assel si era fatto
convincere, cosa che troppo spesso gli stava capitando in quell’ultimo periodo. E così, con il suo
beneplacito, Rod si era messo d’accordo con il traportatore, un certo Lombarone, che niente meno
si faceva chiamare capitano, e che per pochi crediti in più ce li avrebbe portati lui in orbita, un
viaggio tranquillissimo, aveva assicurato, e a garanzia aveva mostrato la licenza, quella per il
trasporto extra-atmosferico di passeggeri.
Avrete capito che tutto tranne che tranquillo di un viaggio come quello si sarebbe potuto dire,
e potete scommettere che se il giovane scienziato lo avesse saputo prima, in quali condizioni
avrebbero viaggiato, intrappolati nell’angusta anticamera della stiva di un dannato aero-cargo, mai
si sarebbe fatto convincere. Che poi, per dirla tutta, solo tre giorni dopo sarebbero partiti i primi
voli di linea per la città orbitale, e c’era da mangiarsi le mani, insomma, al pensiero delle
comodissime e nuovissime navette XA-131 che facevano la spola tra la Eden Prime e la Capitale.
Aggiungiamoci che, a differenza di Rodd, Assel non fremeva dal desiderio di trasferirsi nello spazio.
I campus dell’Università della Capitale, che avrebbero trovato posto sulla Nova Paradise,
sarebbero stati pronti solo qualche anno più tardi, e a lui quella sistemazione andava più che bene.
Ma poi, come si sa, il destino di un uomo è caotico per natura, ed il caos difficilmente si lascia
prevedere, il professor Roddick aveva chiamato e margini di scelta lui non ne aveva avuto. Non
fraintendete, la Eden Prime era una sistemazione, diciamo, più che apprezzabile, cosa che se la
dicesse in giro, Assel, nel migliore dei casi verrebbe preso per pazzo, per ridicolo e smargiasso, in
quello peggiore. Tra l’altro, va detto, da laureando aveva lavorato allo sviluppo del sistema di
propulsione della nave, come a dire che lui, quel miracolo di ingegneria e architettura, lo
conosceva alla perfezione. Ma forse questo suo disagio, e con ciò intendiamo il poco entusiasmo e
una certa dose di insofferenza, veniva da più lontano. Non ne faceva mistero, e spesso gli era
capitato di raccontarlo, che già da bambino l’idea di trascorrere gran parte della vita intrappolato
nel ventre di una astronave lo tormentava. C’era un sogno, in particolare, che faceva spesso, e in
questo sogno camminava per ore, senza stancarsi, fino a ad arrivare ad una altissima parete di
metallo, che era la fine del Mondo, e nel sogno lui lo sapeva. Così esitava, tentennava, ma poi,
ogni volta, finiva per poggiarci la mano. E anche adesso, quando ci ripensava, a quella sensazione,
finiva per rabbrividire; la superfice era fredda, eppure, in barba alla sensazione appiccicosa che ci
si aspetterebbe dal contatto con un oggetto congelato, la mano iniziava a bruciargli, e bruciando
formicolava, come se a trapassarla ci fossero microscopici aculei di ghiaccio. Si potrebbe pensare,
o almeno era così che questa bizzarria lui la interpretava, che nella sua tesa di bambino il freddo
ustionante fosse l’effetto del vuoto cosmico, il quale, sconfinato, si estendeva dall’altra parte del
muro. Col passare degli anni quel sogno si era dissolto gradualmente; presto aveva realizzato che
lo spazio non è affatto freddo, almeno non nel senso comune del termine, semplicemente lo
spazio non è un bel niente, non possiede una vera e propria temperatura. Se vi ritrovaste
scaraventati nel vuoto siderale senza tuta protettiva forse percepireste una leggera sensazione di
freschezza sulla pelle, dovuta all’evaporazione di qualche gocciolina d’acqua ma, poco ma sicuro,
non morireste per congelamento. Che poi all’interno delle navi chiunque avrebbe potuto
camminare a piacimento senza mai raggiungere alcun limite esterno; muovendosi ortogonalmente
all’asse di rotazione, dopo un po’, si sarebbe tornati al punto di partenza; muovendosi
parallelamente, da una parte ci si ritroverebbe di fronte all’ingresso di un grande spazio porto,
dall’altra si raggiungerebbe l’area di sicurezza che protegge la città dal gigantesco sistema di
propulsione ad antimateria. Aggiungiamo che nelle navi tutto era progettato per non far
rimpiangere alcunché della vita a terra, come a dire che difficilmente ci si accorgerebbe di non
essere più a casa, una cosa che da qualche tempo, forse nel tentativo di darsi coraggio, il giovane
scienziato aveva preso a ripetersi con sempre più insistenza. Eppure, nonostante questo suo
tentativo, diciamo, pertinace, la prospettiva di vivere confinato in un’angusta scatola metallica
continuava a tormentarlo. Ed era proprio l’idea della limitatezza dello spazio fisico quella che Assel
faceva più fatica a digerire. Puntualizziamo che nonostante non si disponga di un campione
significativo di individui a cui fare la stessa domanda, cioè, cosa ti turba di più dell’idea di trasferirti
definitivamente su una nave spaziale, riteniamo che questa cosa della limitatezza dello spazio
sarebbe tra le risposte una delle più frequenti. La spiegazione, quindi, ci pare d’uopo di carattere
antropologico. Pensateci, quale uomo dotato di sano spirito vitale accetterebbe di buon grado la
presenza di una barriera insormontabile alla propria libertà di movimento? E badate che questo
sentimento non dipende dalla circostanza di essere o meno un incallito viaggiatore. Prendete
Assel, era nato nella Capitale e in venticinque anni aveva lasciato la città sì e no cinque o sei volte,
eppure il pensiero di poterlo fare in qualunque momento era per lui sorprendentemente
confortante. Parliamo dell’idea di poter andare ovunque, di visitare il tuonante massiccio
montuoso di Ageldorm con i suoi picchi innevati, di crogiolarsi al sole dei mari tropicali, perdersi
negli inospitali spazi sabbiosi dell’immenso Negev o, perché no, fare un salto sulla luna e
girovagare tra le sue grandi fabbriche: non è forse questo il vero concetto di libertà, l’idea del
possibile? Come farebbero gli uomini a rinunciarci? E così, smosso da questi pensieri, Assel aveva
giurato a sé stesso che avrebbe trovato il tempo di viaggiare di più, e non gli importava che nelle
navi avrebbe avuto a disposizione una selezione infinita di sale di realtà virtuale da dove tornare
indietro e visitare i luoghi che si stava lasciando alle spalle, lui il viaggio lo avrebbe fatto con i suoi
ricordi. A questo proposito, cioè, sull’esistenza sulle navi di queste stanze pubbliche progettate per
i viaggi virtuali, dovete sapere che se Assel lo avesse fatto per davvero, viaggiare e visitare molti
luoghi, si sarebbe sicuramente imbattuto in un qualche drone esploratore, che ce n’erano milioni
in giro per il mondo, intenti, per decenni, a mappare minuziosamente ogni angolo remoto, ogni
anfratto di città, ogni edificio, l’intero pianeta era stato ricostruito digitalmente fino ai minimi
dettagli. Si trattava di un’idea tranquillizzante, ammettiamolo, questa di portarsi dietro l’essenza
di ogni cosa, seppur nella sua versione digitale, eppure più il momento della partenza si avvicinava
e più la gente, incluso il giovane scienziato, sentiva l’esigenza di portare via con sé il più grande
bagaglio di memorie autentiche che potesse trasportare. Purtroppo, come spesso accade anche
alle intenzioni più sincere, tanti anni di buoni propositi avevano prodotto soltanto una rapida visita
al vecchio acceleratore di particelle di Loreint e un week-end al famoso sito archeologico di
Circlemont, nei dintorni di Perth, un posto affascinate, e anche un po’ magico, con le sue
finestrelle scavate su pietre ciclopiche che gli antichi usavano per misurare il tempo e studiare il
moto della luna, dei pianeti e delle stelle. Dovevano essere davvero dei geni, gli antichi, aveva
pensato mentre cercava di immedesimarsi in quegli scienziati ante litteram. Che poi, a dirla tutta,
in coerenza con ciò che sarebbe temporalmente più logico, bisognerebbe riferirsi a loro con il
termine di giovani o, ancora meglio, giovani geni, che questo sarebbe il titolo più opportuno per
gente che riusciva ad arrangiare calcoli astronomici sorprendentemente precisi con strumenti che
a definirsi rozzi o primitivi sarebbe riduttivo.
Ci volle un tremendo scossone, subito seguito da una violenta inversione di rotta, a riportarlo
a ciò che nel suo spazio e nel suo tempo era la spiacevole realtà. In questi casi, quando le viscere
non vogliono saperne di stare al proprio posto, è buona norma sforzarsi di mantenere la testa
dritta, al fine di evitare che gli otoliti, danzando, disorientino lo stomaco ed anche l’intelletto. E
trovandosi in questa situazione, diciamo, imbarazzante, ovvero sul bordo del parapetto che si
sporge sul precipizio di una incresciosa circostanza, ché non sarebbe il massimo, vi lasciamo
immaginare, di dare di stomaco e, per giunta, di farlo in assenza di gravità. In questa situazione, si
diceva, non poté fare a meno, il giovane scienziato, di domandarsi cosa avrebbe provato uno di
quegli antichi uomini di Circlemont se d’incanto si fosse ritrovato catapultato al suo fianco, e con
questo intendiamo a bordo di una nave spaziale ed in mezzo a quelle stesse stelle che fino a poco
tempo prima aveva potuto solo contemplare con il naso arricciato all’insù. La sua risposta, la
risposta a questa questione fantasiosa, fu stranamente prosaica, di certo più di quanto ci si
aspetterebbe da uno come lui, di natura propenso al pensiero creativo, ché in quella situazione un
uomo antico, ancora più di lui, avrebbe fatto fatica a trattenere l’anima nel corpo e con essa anche
i succhi gastrici.
E non c’è quindi da sorprendersi che, arrivato a questo punto, stremato e sconsolato, il
giovane scienziato non si trattenne dall’implorare, giacché una debolezza doveva pur concedersela
e, da lasciar uscire, una supplica era molto meno sconveniente che il contenuto del suo ventre:
quanto manca ancora, balbettò. Non ti facevo così delicato, rispose Rodd sogghignando. Al sentire
queste parole è probabile che una smorfia di disappunto gli si fosse dipinta in faccia, ammesso che
sul volto fosse possibile di aggiungerne una nuova, di smorfia, ché altrimenti non si sarebbe
spiegato lo sguardo compiaciuto del compagno, il quale, con tutta evidenza, dal suo malessere
stava traendo un diabolico sollazzo. Va detto che per qualche misterioso motivo Rodd sembrava a
suo agio in quella situazione, sempre che sia possibile, per un essere umano, rimanere indifferente
al fatto di trovarsi imprigionato in una infida scatola di metallo lanciata nello spazio alla velocità di
cinquantamila chilometri orari. Così si ritrovò a chiedersi, per l’ennesima volta, come avessero
fatto gli altri a raggiungere la Cittadella, dato che Roddick si era di sicuro tenuto alla larga da
trabiccoli quello. E lui se lo immaginava, il professore, che in compagnia di altri pezzi grossi
sorseggiava un bicchiere di pregiato jabal azotato dal colore verde smeraldo comodamente
adagiato nella cabina di un modernissimo shuttle militare.
Prima si è detto che a bordo della nave non c’era gravità, e non ce ne vogliano tra di voi i più
avvezzi alla fisica di base, ché nel narrare una certa dose di semplificazione è sempre necessaria;
lasciateci rimediare, allora, e precisare che alla gravità è impossibile sottrarsi, non importa quanto
in alto si vada, la sensazione di assenza di peso è dovuta al salto nel vuoto. Questa precisazione ci
pareva d’obbligo, affinché sia chiaro a tutti che quando il nostro giovane scienziato iniziò a sentirsi
più leggero, quando i lembi delle cinghie di sicurezza iniziarono a fluttuare e lo scomodo sedile
smise di molestargli il fondoschiena, si trattava del segnale che la navicella aveva spento i motori e
che la caduta libera era finalmente cominciata. Ma non inganni la voce rassicurante del buon
Lombarone, ragazzi, tutto bene là dietro, si premurò di domandare, non inganni, si diceva, perché
è ora che viene la parte più rischiosa, dato che è da quel momento che tutto poteva andare storto.
La nave ha raggiunto la traiettoria di attracco, annunciò, approderemo tra circa quaranta minuti
nello spazio-porto di prora, lungo l’asse principale della nave. Nell’attesa, godetevi il panorama.
Alcune piccole paratie protettive iniziarono ad aprirsi lentamente e, lasciatecelo dire, niente
affatto si trattava di un annuncio esagerato, che c’era da aspettarselo da un capitano come quello,
guascone, sempre avvezzo alla battuta ed al sarcasmo fuori luogo. Non si trattava di un annuncio
esagerato, quindi, e quello che Assel e Rodd videro là fuori li lasciò letteralmente senza fiato. La
Eden Prime, la prima nave interstellare mai costruita dall’uomo, si rivelava lentamente davanti a
loro, stagliandosi nell’oscurità, enorme e magnifica, come un vero e proprio pianeta artificiale. E si
sentì fortunato, il giovane scienziato, di poterla ammirare da una prospettiva così privilegiata, ché
nonostante la grandezza smisurata riusciva a scorgerne il profilo in tutta la sua interezza.
Precisiamo che ciò che vide risulta complicato da descrivere a parole, poiché non capita tutti i
giorni di posare gli occhi su un oggetto di tal fatta, il quale, a vederlo, verrebbe persino il dubbio
essere opera degli uomini. Ci conviene limitarci a descriverne la forma, che ricordava un’immensa
lancia affusolata, una freccia, uno strale dalla sagoma perfettamente aerodinamica, termine del
tutto fuori luogo, lo ammettiamo, per un oggetto progettato per spostarsi nello spazio. Di scopo
quella forma, infatti, ne possedeva un altro, niente che non possiate immaginare, precisiamolo,
giacché appare del tutto naturale che la geometria cilindrica sia, tra le tante, quella che meglio si
presta ad ospitare un mondo artificiale. Sarebbe stato difficile, tuttavia, riuscire a scorgerne il
contorno se una costellazione infinita di luci, alcune fisse, altre intermittenti, non avesse aiutato a
delinearne il profilo affusolato. Ma tra le luci immote della nave, tante altre se ne distinguevano in
movimento, rosse e gialle, luci di posizione di una miriade di velivoli che le ronzavano attorno e
che ricordavano uno sciame di insetti operosi: trasportavano materiali, componenti, personale
tecnico, e forse tra loro c’era pure quella che aveva accompagnato Roddick e gli altri pezzi grossi.
Se poi da lì, dalla prora, foste risaliti con lo sguardo lungo la slanciata fusoliera avreste intravisto la
sagoma dei giganteschi propulsori ad antimateria, sovrastati da un enorme anello ruotante.
Ci pare di averne già fatto menzione in precedenza, al fatto che Assel la complicata fisica che li
governava, quei motori, la conosceva alla perfezione. All’epoca della sua tesi di laurea, infatti,
aveva lavorato ad un progetto di ricerca sulla ottimizzazione geometrica degli ugelli magnetici che
servivano per orientare i fasci di pioni carichi, le quali, per chi non lo sapesse, sono quelle
sfuggenti particelle prodotte dall’annichilazione dei protoni e degli anti-protoni e che, se
direzionate opportunamente all’indietro, fornivano alla nave gran parte della spinta propulsiva.
Non ci pare il caso di avventurarci in questioni troppo tecniche, aggiungiamo soltanto che gli studi
che negli ultimi cento anni avevano contribuito allo sviluppo di quella incredibile tecnologia
avevano portato in dote almeno una trentina di medaglie kramps, il più prestigioso premio
scientifico mondiale per la fisica, la matematica e l’ingegneria spaziale, e che per questo il giovane
scienziato era orgoglioso di aver dato il suo contributo, per quanto minuscolo potesse essere.
Nessuna divagazione tecnica, come promesso, tuttavia, per i più curiosi, potrebbe essere di
interesse sbirciare nella testa del giovane scienziato che, forse per testare la memoria o forse per
semplice riflesso, mentalmente aveva preso ad elencare tutte le caratteristiche strutturali
dell’astronave: geometria cilindrica, asse principale di 9,5 chilometri e raggio medio di circa un
chilometro, superficie esterna che ruota rispetto all’asse principale ad una velocità di 360
chilometri orari, poco meno di un giro al minuto, corrispondente ad un g esatto di spinta
centrifuga. Edificata sulla superfice interna del cilindro, la città si estende su un’area di 48
chilometri quadrati, circa l’80% del perimetro utile, ed è progettata per ospitare un milione di
residenti, più o meno 21 mila abitanti per chilometro quadrato, ovvero circa 48 metri quadrati per
abitante. Precisiamo che si trattava di una densità enorme, almeno rispetto alla media delle altre
città sul Pianeta, ma assolutamente accettabile, anche perché gli architetti spaziali, per i loro
progetti, avevano potuto contare su un discreto spazio verticale. A questo proposito, cioè, a
proposito di quello che sarebbe stato lo skyline della grande Eden City, di concept in giro se ne
trovavano parecchi, e per questo Assel un’idea precisa su cosa lo aspettava se l’era fatta, eppure il
pensiero che a breve sarebbe stato proprio lì, in mezzo a quei futuristici palazzi, uno dei pochi ad
avere il privilegio di ammirarli in anteprima, cominciava ad eccitarlo.
Arrivati a questo punto, da pochi di voi, ad eccezione dei curiosi di cui sopra, ci aspetteremmo
una domanda, che poi è quella che ci frulla in questo momento per la testa. Precisiamo che si
tratta di un aspetto niente affatto marginale, anzi, di importanza capitale, ed è per questo che alla
risposta ci riserviamo il diritto di dedicarci un po’ di più di due semplici parole. Va detto che fu
Rodd, per primo, a tirare fuori l’argomento, enunciando la questione a bassa voce e con sguardo
assorto: quanto propellente deve trasportare, la nave, per raggiungere la sua destinazione? Lo
ammettiamo, così formulata la domanda appare imprecisa, giacché una destinazione, in realtà,
non esisteva; o meglio, la destinazione esisteva, da qualche parte nell’Universo locale, ma le sue
coordinate galattiche non erano ancora note, circostanza che, per inciso, giustificava l’esistenza
del progetto Destination. Ma è in frangenti come questo, diciamolo, che uno scienziato deve
mostrarsi fantasioso, per nulla duro di intelletto, ed un rapido calcolo mentale in merito al
carburante necessario, pensò Assel, in fin dei conti qui e su due piedi lo si poteva benissimo
abbozzare. Ci pensò un istante, ed il verdetto venne fuori lapidario: decisamente troppo. Una
risposta spiazzante, ne converrete, il cui scopo, però, non era altro che quello di preparare il
terreno, giacché una certa dose di teatralità nella comunicazione scientifica è sempre conveniente.
Ed infatti, se anche voi foste stati lì lo avreste visto, il giovane Assel, concentrarsi, chiudere gli
occhi e, da buon istrione, iniziare a recitare una monodia matematica: si consideri un’andatura di
crociera pari a 0.15 volte la velocità della luce, e una massa a vuoto, incluso struttura e motore, di
oltre un miliardo di tonnellate. Se si applica l’equazione relativistica dei razzi e si tiene conto della
perdita di materia neutra nei prodotti di annichilazione all’interno del nucleo del reattore, allora si
ottiene un rapporto di massa pari a 2.6, il che vuol dire 1.6 chilogrammi di propellente per ogni
chilogrammo di carico utile. Se consideriamo tutte e 500 le navi della flotta, tenendo conto dei
tassi attuali di produzione di antimateria, ci vorrebbero più di 80mila anni per accumularne a
sufficienza.
Decisamente troppo, appunto, ma questo lo si era già capito dal preambolo, ci verrebbe da
obiettare. E per niente ci aiuta a dirimere la questione, questione che a questo punto la si
potrebbe così riassumere, su come sia possibile, appurata la solidità dei calcoli, procurarsi il
carburante. Per niente ci aiuta, si diceva, ciò che Rodd ebbe a commentare, fa rabbia, disse,
pensare che la soluzione sia venuta fuori dalle intuizioni fortunose di quell’insulso sbruffone
borioso. Lo sbruffone in questione era un certo Nietsnie, di professione scienziato, un signore dai
capelli arruffati e dallo sguardo acuto, vissuto circa mezzo secolo prima, uno che tra gli accademici
alla gran parte, Rodd incluso, era inviso e che, nonostante al suo tempo fosse conosciuto più per la
protervia, i casini notturni, la passione per lo smorrum e le meretrici robotiche, che per l’acume
scientifico, oggi era acclamato come il grande salvatore, il genio della fisica, insomma, lo scienziato
per antonomasia. Come si dice, l’imprevedibilità del caos non distingue tra moscerini e giganti,
aggiunse Assel. Precisiamo che tutta questa acrimonia, verso uno che nella vita aveva avuto
un’intuizione e attorno a questa ci aveva edificato una teoria ed una carriera, a noi pare eccessiva.
E comunque una cosa andrebbe precisata, cioè, che infinitamente più complicato era stato riuscire
a tradurre un insieme di teorie fantasiose in una pratica ingegneristica vera e propria, lavoro che
aveva richiesto il contributo paziente e circospetto di centinaia di menti acute, ma che molto
doveva agli sforzi di un singolo uomo, quel professor Grevis a cui Assel, ancora adesso, forse per
esagerata soggezione, faticava a rivolgere la parola e che allo studio della meccanica della spinta
inerziale aveva dedicato una vita intera.
Per capire di cosa si parla vi chiediamo un piccolo sforzo intellettuale, seguiteci, quindi, in
questo nostro breve ragionamento: in pratica tutti i sistemi di propulsione tradizionali funzionano
sospingendo indietro qualcosa, che sia il suolo per i mezzi terrestri, l’aria, l’acqua o il propellente
nel caso di un razzo. Bene, nei modelli di Grevis è il vuoto a venire letteralmente scagliato
all’indietro. Precisiamo meglio: in tutti i suoi modelli il tessuto spaziotemporale viene perturbato
mediante un complicato sistema di campi elettrodinamici ad altissima energia in grado di generare
un’onda bosonica fondamentale che si allontana alla velocità della luce nella direzione opposta
rispetto al moto che si vuole generare. Quello che si osserva è la formazione di una sorta di
gradiente di pressione inerziale che può essere utilizzato per amplificare la spinta di un motore a
reazione. In pratica si assume che il fronte d’onda bosonico interagisca con la massa di reazione
aumentandone l’inerzia, e quindi la spinta. Per farla breve, un sistema come quello della Eden
Prime può generare un thrust, cioè una spinta, 50mila volte superiore a quella di un classico
motore ad antimateria. Simmetricamente è come se l’inerzia dell’astronave diminuisse del 99%, da
cui il termine, un po’ improprio, di smorzamento. In questo modo, considerando che il reattore
fornisce anche l’energia necessaria per far funzionare il dispositivo, il rapporto di massa
complessivo si riduce ad appena 1,002. In sostanza, aggiornando i conti, la Eden Prime dovrà
trasportare 1 milione di tonnellate di idrogeno solido e 1 milione di anti-idrogeno, e non un
miliardo. Per intenderci, stiamo parlando del peso di una decina di palazzi da 50 piani.
Immagino che la camera di stoccaggio a levitazione magnetica per l’antimateria sia confinata
nelle sezioni di poppa, chiosò Rodd scrutando il panorama che si apriva davanti a loro. Sì, un
serbatoio sferico di circa 150 metri di raggio, che da qui non si vede, ma che sta alle spalle di quel
gigantesco anello rotante che si scorge là in fondo. Aggiungiamo che proprio quell’anello ruotante
era la chiave d tutto, gli ingegneri lo chiamavano anello di elettrocircuinduzione, ed era il
componente principale del dispositivo di smorzamento. Va detto che, come spesso accade ai
componenti aerospaziali più imponenti, una sola funzione, per quanto cruciale, non è sufficiente
per giustificarne la presenza, e così l’anello aveva molteplici utilizzi, schermo di protezione contro
la radiazione gamma, ad esempio, oppure quella decisamente più ordinaria di gigantesco radiatore
termico.
Ma i due scienziati avevano questioni ben più impellenti da affrontare che una riflessione a
tutto tondo sull’economia ingegneristica delle astronavi, giacché il momento dell’attracco arrivò
ben prima del previsto e tosto si premurò di annunciarlo il comandante, ragazzi, preparatevi, ci
fanno saltare un paio di slot. E ci rimase male, il giovane scienziato, nel constatare quanto le
paratie protettive si chiudessero rapidamente, molto di più di quanto avevano fatto per aprirsi,
proprio come ci si aspetterebbe dal sipario di un palcoscenico, tanto calmo nel dischiudersi quanto
lesto nel serrarsi. Ripiombarono, quindi, nell’isolamento visivo più assoluto, e che la navetta
avesse iniziato la sua danza di avvicinamento allo spazio-porto fu il suo stomaco ad annunciarlo, il
quale, in guisa di accelerometro, fu in grado di rilevare, e con sorprendete accuratezza, cinque
aggiustamenti di traiettoria: ruotò, la navetta, in senso orario, poi si fermò, quindi accelerò,
rallentò di nuovo, ancora ruotò di qualche grado e poi più nulla. Per una decina di minuti fu la
calma più totale, e non esageriamo nel dire che questo tempo gli parve almeno il triplo, tanto che i
poveri muscoli, irrigiditesi nell’attesa del cruciale evento, desistettero, stremati, dal prolungare il
loro sforzo. E così, quando la voce del capitano sopraggiunse ad interrompere il silenzio, dieci
all’aggancio, annunciò, il suo corpo parve colto alla sprovvista, come se fosse bastata un po’ di
attesa per rendere meno certo persino l’ineluttabile. Per fortuna il buon Lombarone di tempo per
prepararsi gliene concesse a sufficienza, strinse le cinture, irrigidì il petto, afferrò i braccioli, serrò
la mascella, onde evitare spiacevoli conseguenze, diciamo, linguistiche, chiuse gli occhi ed iniziò a
contare. Ve lo diciamo, allora, che in fin dei conti ciò che accadde fu meno peggio di quanto si
aspettasse, e di questo bisogna dargliene atto, al capitano, ché la manovra fu impeccabile e l’urto
quasi impercettibile. Il peggio venne dopo, quando l’abitacolo cominciò a vibrare terribilmente,
come un ingranaggio che, sforzandosi, tenta di incastrarsi in un pertugio troppo piccolo, e questo
insopportabile trambusto, che ci verrebbe da descrivere come una sinfonia cacofonica di
sfregamenti metallici, roba che avrebbe fatto storcere il naso, e forse anche le orecchie, al più
accanito appassionato di musica disarmonica. Questo concerto, si diceva, durò una ventina di
secondi e terminò, infine, con un ultimo scossone. Ci volle un altro conto alla rovescia, ché prima
di rilassarsi, pensò il giovane scienziato, era bene esserne certi, cioè, che la manovra si fosse
conclusa per davvero, un ultimo conto alla rovescia, quindi, e finalmente poté lasciarsi andare,
sentirsi sollevato, persino un po’ orgoglioso, orgoglioso di esserne uscito vivo.
In conclusione, diciamo che da quest’esperienza una lezione Assel l’aveva appresa di sicuro, e
non ci riferiamo alla scarsa lungimiranza nell’affidarsi a Rodd e alle sue idee balzane, parliamo
della inedita consapevolezza che, di questi tempi, nemmeno dei droidi protocollari c’era più da
fidarsi, almeno di quelli che gestivano gli uffici per le autorizzazioni al volo extra-atmosferico, che
un qualche baco nel sistema dovevano avercelo per forza se avevano ritenuto ammissibile, e di
questo non ce ne voglia il buon Lombarone, che alla fine una discreta abilità di pilotaggio l’aveva
comunque dimostrata, un qualche problema nei protocolli decisionali quei droidi dovevano pur
averlo se avevano ritenuto ammissibile concedere la licenza di volo ad un trabiccolo come quello.
E ci sembra allora il caso di raccontarla, la storia che ci stava dietro, cioè, di quando appena un
mese prima il comandante Lombarone si era recato di persona agli uffici amministrativi della
Capitale per discutere di questa faccenda con l’unità amministrativa virtuale che gli aveva appena
revocato la licenza di volo. Aveva fatto tutto quello che c’era da fare, il capitano, come decine di
volte gli era capitato in passato, ma questa volta qualcosa era andato storto: hardware di
navigazione obsoleto, e quindi incompatibile con gli ultimi aggiornamenti software Wavecom,
questa era stata la gelida sentenza. Con il varo della flotta alle porte e con le centinaia di migliaia
di possibili nuovi clienti che avrebbero movimentato in orbita tonnellate e tonnellate di merce per
un intero decennio quel verdetto significava una perdita insostenibile per la piccola compagnia di
trasporti. Per questo il capitano aveva chiesto un appuntamento chiarificatore in prima persona
con la IV che aveva gestito la sua pratica, una cosa piuttosto inusuale in tempi di ologrammi e
realtà virtuale, ma di certo ancora fattibile. Dopotutto non era uno che si dava facilmente per
vinto, il nostro Lombarone, ed era anche uno, da buon Capitolino, che quando si trattava di
contrattare si trovava molto più a suo agio di fronte a qualcuno, o qualcosa, che fosse fisicamente
tangibile. Per questo, quella mattina, non aveva battuto ciglio, Lombarone, quando davanti non si
era ritrovato il corpo di una affascinate donna androide, come chiunque si sarebbe aspettato data
l’ingannevole sensualità della sua voce virtuale, ma un tipico droide protocollare delle
amministrazioni pubbliche, uno di quei droidi, ma forse chiamarlo così sarebbe ingeneroso verso
tutti gli altri androidi, uno di quei robot, che forse sarebbe questo l’appellativo più opportuno,
insomma, per capirci, uno di quei cosi con quattro braccia e due microscopici occhietti posti sulle
estremità di una sorta di tavola oblunga che era la sua faccia. Erano tutti uguali i “droidi”
protocollari, non ingannasse la voce gentile e accondiscendente con cui spesso si presentavano,
tutto in loro era pensato per comunicare rigidità e intransigenza, e anche per questo il loro aspetto
non era cambiato granché nell’arco degli ultimi trent’anni. Il fatto, poi, che la IV che aveva gestito
la sua pratica online, e che immediatamente si era installata in quell’involucro bizzarro, avesse
anche un nome, o meglio una sigla, alquanto rassicurante, Nivea-18, non aveva fatto abbassare la
guardia all’esperto capitano neanche di un femtometro. C’è da aggiungere, e la cosa non è affatto
di importanza secondaria, che la burocrazia robotica planetaria era pensata per garantire una
certa elasticità, ed è stato grazie a questo aspetto, appunto non marginale, che il buon Lombarone
era riuscito a venirne fuori, non solo con una licenza di volo nuova di zecca, seppur con la
condizione di un aggiornamento della flotta entro due anni, giustappunto una misera navetta
orbitale e due aero-tir omologati per la logistica terrestre a lungo raggio, ma con l’inaspettata
quanto inattesa autorizzazione per il trasporto orbitale di passeggeri. Per garantire la maggiore
efficienza nelle operazioni di trasferimento di milioni di civili sulle navi è necessario movimentare
tutte le risorse aero-orbitali disponibili, anche quelle con la versione del software di navigazione
con qualche zero-punto in meno rispetto agli standard più recenti. A cui aggiungere che se le sue
navette avevano trasportato in orbita materiali di tutti i tipi fino a pochi mesi prima, perché non
avrebbero dovuto andare bene adesso? Questa era la tesi sostenuta dal capitano, e questa, alla
fine, fu anche la tesi fatta propria da Nivea-18.
Ed è stato così che i nostri due scienziati sono diventati i primi passeggeri della nuova
compagnia di trasporti orbitali Lombarone, per la felicità del portafoglio digitale di Rodd e forse un
po’ meno per la schiena malconcia del giovane Assel.