Filippo Armaioli Magi

La magia delle ragazze




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Filippo Armaioli Magi La magia delle ragazze
A Karol Itzitery Pina Cisneros
(Karol Sevilla)
...la màs bella chica del “mundo mundial”...




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Filippo Armaioli Magi La magia delle ragazze
Passano le ore, si fa rossastro il cielo dove il tramonto mi colora quel tappeto che fa da sfondo ai
miei pensieri. Non sempre. E’quando la mente gioca. Me lo fa sempre più spesso, quando attendo
l’amore. E’il contrario del giungere delle mie mestruazioni; allora un fastidio freddo mi prende, per
la vergogna, come se fosse una colpa essere femmina, e mi esaspererei, se non fossi abituata a porre
rimedio ai danni della “cosaccia rossa”. Tutte lo devono fare, fino alla fatidica menopausa, un
traguardo che spetterà anche a me.

Ma è presto, sono giovane.

Non posso raccontare la mia storia senza cercare ciò che sia più vero del vero nel mio mondo, pure
se sia per un fantasticare che mi prenda più tempo del mio tempo. Non che io rischi di perdere i più
begli anni, se svelo qualcosa del mio cuoricino.

Oh, dove vado leggera. Dove vago.

Mugugno ogni tanto contro la malasorte, mi lamento con me stessa se alza solo un poco la voce,
perché non voglio ascoltarmi, così goffo mi pare il mio esprimermi verbale, sia in un giubilo come
in un lamento, lo sento così amarognolo, come una saliva ferrosa che segua a un mal di gengive.

Ho qui davanti agli occhi, poco oltre la finestra, il mio spazio grigioverde. Grigio, per le tristi mura
dei caseggiati sempre inabitati, fino alla sera, quando il più della gente rincasa. Verde, per quel poco
di natura che rimane, angustamente angustiata dentro cerniere rettangolari strette come nodi scorsoi,
gli ultimi appezzamenti concessi al pubblico.

Eh, cari miei, spesso taccio. Restar muta, m’agevola i pensieri e, tra essi, quelli migliori, i più
buoni. Li afferro da una sconosciuta sorgente, come fossero limpidi spiriti, che vivano nel mare
della mia fervente immaginazione.

Pallida, resto in paese quasi prigioniera, seppur non mi manca niente, e sogno la città; non per forza
questa limitrofa che non ho mai sentito come la mia, solo perché mi tocca recarmici per fare
acquisti. Se il fiume va al mare non volendolo, ugualmente è come me quando per andarci mi
muovo. Non è mai che ne abbia desiderio, anche se talvolta è un buon svago. L’aria e le grida mi
s’affollano, le attraverso accigliata. Seguo attentamente le donne e i giovani che corrono più o meno
spediti, scommettendo che gli uomini per lo più sono stretti, costretti, altrove. Sarà che di sottecchi
mi guarderanno. Come spiegarvelo? Sento gli sguardi di tutti su di me.

Il bruciore ai miei di occhi m’è di sollievo solo quando mi porta a un pianto rigeneratore.

(Certo, ci sono le immagini, che mi arrivano d’un lampo).
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Il vento si agita tra gli alberi. Pendo, dipendo solo dal mio fluttuare.

Non so se l’orologio della torre mi segnala un tempo vero, o se sia menzognero. Sollevo la
tartaruga, ch’è impacciata per essersi capovolta, la salvo dal perdersi nell’esagitarsi, con quel
muover le zampette non arriverebbe a rimettersi in piedi. E’un mutuo soccorso: pure lei per un
attimo che mi adopero, mi salva dalla noia. Se vi ricorderete di me, perché stendo questo mio
memoriale, sospiro, facendomi assomigliare a vibranti onde antiche e nude; più ampie e impassibili
delle mie stanche sciocchezze feroci. Quando un adulto ha l’anima ferita di soprassalto da un
turbamento, chiede e si offre un minuto di silenzio. Per me che sono adolescente, ogni fuga è
un’arma contro il pericolo che questo silenzio perduri fino a non mostrare quando finisca. Mi
piacerebbe ancora raccontare qualcosa dei viaggi che sto ricostruendo, condiscendente anche
all’ipotesi declinante della sconvolgente presa di coscienza che i sogni son sogni, e la vita è un’altra
cosa.

Se commentassi gli argomenti di una mia Fiera Letteraria, baderei bene a esigere l’esposizione di
certi miei pensieri riguardo alle legittime richieste quotidiane di giustizia; non arrogandomi diritti di
giudicare, solo è che penso che m’impiccio con tanto daffare trascinata da una suggestione. Ricordo
così la gente, con massima attenzione, ma sono altre cose, così rare ed effimere a lasciarmi a bocca
aperta. Non le persone, di cui persino le impressioni dei mille volti m’appaion malfermi, è piuttosto
il cantare d’un magnetico terremoto nelle mie viscere. Aspettando il grande amore, attendo lui. Che
arrivi e che si avvicini. Presto. Correndo. Come corre una parte di me, d’io che pur restando ferma
volo.

E’così ogni mattina. Sole e amore. Con l’uno l’altro, quasi. Sono ghermita. Manovrate le ali, non mi
sollevo che per un soffio. E’così tutti i giorni.

1. Lunedì, è quando sento i nuovi sogni commuovermi;

2. Martedì, mi si offre un benvenuto significato;

3. Mercoledì, aggiungo qualcosa di dolce ai miei pensieri già intensi;

4. Giovedì, mi sporgo incuriosita un poco più ancora;

5. Venerdì, l’anima mi viaggia bella e intontita;

6. Sabato e domenica, è sempre una festa che non perderei per niente al mondo!

(Ma cos’è la libertà, se no per una Venere moderna?)

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Lui tossisce, è tra i suoi amici. Io lo guardo. Vorrei buttasse poesie sui fiori, solo per me. Davanti a
tutti, s’intende, e non quando restiamo soli. Se mi guardasse? Non so se lo vorrei. Preferisco
andarmene, e lasciarlo, il mio idolo, a vagabondare...Voglio diventare presto una donna, una regina,
un colosso. Così nessun destino mi sarebbe nemico.

(Per un attimo mi sento ridicola...Sì, per certe parole.).

Rabbrividisco per le notizie udite in Tv. Son le stesse sui giornali, lo so. Fuggo da esse, non sono
mie (eppure lo sono, per sempre, ed è che non mi ci voglio impantanare). Cerco riparo sotto i
portoni dalla pioggia, sento il peso d’una bestia non più docile, ma furente che mi spinge a ripartire,
verso casa. Ormai le colline paion più basse nel piatto paesaggio, steso a perdita d’occhio. Quindi, i
miei pochi ricordi tornano, come figurine, ora colorate ora sbiadite,che io debba, lo voglia o meno,
collezionare. Conosco perfettamente le mie vulnerabili necessità? Mi corico, alla sera, solo per un
ordine come spirituale, ancora impastata, prima del sonno, dall’argilla molle delle mie poche
convinzioni, che a volte paiono come ombre che quasi disprezzo, e che altre volte accetto pur
diffidente come tutto ciò che ho, ciò che se non crescerà sarà tutto quel che mi resta...Vorrei lui
accanto a me, perché tipi come noi certo sanno cos’è una strada. Senza l’un l’altra, però, non ci è
dato un cammino.

Sono pronta a partire, per dire addio alla mattina. Inseguirei un gregge, distinguendolo come una
macchia, tra carovane lente al sentiero. Brillerebbe il mio sguardo, mi stupirei di ridere suggendo, i
capelli arruffatissimi, tra l’ombre qualcosa di carnoso ed immobile, succoso. Così esile,
giovanissima, indefinibile. Una sottile figura improvvisa.

(Solo se il Sole lo volesse...)

Resto ferma, sorridendo alle mie paure, sbarco in tratti secondari di strade già di per se stesse assai
strette, che son simili ai vicoletti che vi s’inforcano, per difetto d’ampiezza, e li varco spedita a tutta
velocità tra sconcerto e delirio, rimanendo a osservare, scrivendo il nome di lui sul quaderno, o su
questo diario. Lui, lui, lui. Ci sono altri? (Essere femmina, conviene, ne vale davvero la pena?
Specie dico se non si vede niente, oltre. Lontano. Dove non giunge un canto.)

Ho lo sguardo perso. La notte, a volte è un sollievo [Come mi batte il cuore quando] Mi ha porto un
fiume la sua acqua da bere [quando ti avvicini verso di me] mi sono sdraiata, in attesa di chissà cosa
[verso di me, che ci sono] forse di un mio perdono perché per sbaglio ho giudicato me stessa [voci
di uomini ubriachi, mentre tu sei un pezzo della mia notte] e questa è una vera voce nella mia testa,
credo [ e io che ci sono, per tenerti per mano].

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Ho immaginato di metterti le mani sulla spalla, per forzarti a girarti, ma mi coprirei il viso con le
mani, inadeguata, ben prima d’osare. E tu, semplicemente, stai lì. Io fingo a me stessa che tu non ci
sia. Sono stanca dei miei pensieri. Prima li amavo e cercavo, adesso non li sopporto, son le voci
della mai cocente disfatta contro le prime sfide della mia vita. Mangerei il tono della tua voce dalle
tue parole. Ma qualcuno si avvicina, e il cuore mi martella.

Ben poche volte ho atteso qualcuno come se non avessi bisogno d’altri che di me. Quando lo faccio,
ogni volta, sotto i miei occhi sta un gatto, che miagola monotono, ondeggia mellifluo o s’appoggia
stanco al muro, e io sorrido a questo pigro amico dei miei pomeriggi. Gli piego una smorfia come
un ilare saluto. Lui timidamente quasi muto. Tu così lontano. Tu. Ho già mandato a memoria il
riassunto dei compiti. Il micio compare puntuale magicamente, da dietro l’angolo. Abita certo qui
presso. Mi ravviva un ambiente spettrale. Furbescamente vuole andare chissà dove, e anche io lo
voglio. Siamo uguali. ma non proprio, io vivo d’una luce in più, ho una forza maggiore, umana.
Eppure davanti a noi si biforca una stessa strada. sento che qualcuno, invisibile, mi segue tutto il
giorno, e spero che quel qualcuno sia io. O gli mostrerei la lingua, ma davvero minacciosamente.
Dozzine di teste sospetto ballarmi intorno, ma non lascio prendermi da crisi disperate, con cautela
seguo le tracce dei miei sogni. C’è sempre questo silenzio, e non so se è un bene.

Se non fosse per le mie gambe, che mi premono vivaci per farmi muovere, starei ferma, e sarebbe
tanto peggio. Non misuro quel ghigno, non cado tra gli artigli di nessuno. A lungo ascolto il pulsare
che mi batte le tempie. Sugli scaffali accanto ai libri ho messo tutta una mercanzia, tipo ho
accoppiato di tutto, questo e quello, più per gioco che per far ordine.

- Per cena, vorrei della zucca tagliata fine e arrostita in forno. sa come di una patata dolce e
saporita, - ho detto alla mamma, e credo che mi accontenterà.

Se la cuocesse davvero, mi farebbe felice, e scorderei il caldo patito tutta quest’estate, non vi dico
con che disagi, del caldo, ma anche dei geli invernali, prima di questo Carnevale.

Intanto, le risate dei ragazzi. Scendo, e ti vedo tra loro. Il tramonto mi recita la sua cantilena, forse
m’incoraggia. Un vecchio malfermo a colpi di bastone sul muretto cerca la dritta via, come un
cieco. Il brusìo spento, barcollo inebetita, il mio corpo cancellato parzialmente da fiamme
fantastiche che mostruosamente mi massacrano, per non lasciarmi intatta, fiamme intime che
farebbero crollare le montagne (Automaticamente, ed era così diverso quand’ero bambina).

Esco la notte

e le luci, le luci...
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Eri davvero tu che ti baciavi davvero con quella!? Molto peggio che dei miei maramao, con cui
tenevo tutti gli sgraditi in vena di pomiciare, semplicemente ma efficacemente a bada, come
dicendo loro un educato ciao, che valesse più per un addio che per un arrivederci Eri tu con lei, ho
visto bene, sono sicura. E’ troppo triste, troppo brutto. Peggio. E’una farsa vigliacca. Eri davvero
tu? La colpa è anche mia, che ti dovevo afferrare. Prendere la mia vita, e non l’ho fatto. Non
capisco, non resisto alla sofferenza. Non so come oppormi. Confesso che ho pianto; per poco,
perché poi ho reagito: ho sentito come il corpo tutto pieno di una nuova forza, che mi guidava
dentro. Per fortuna la ragione ha prevalso perché l’amore non fosse una pena troppo grande da non
potersi liberare.

Però prima ho sentito la strada puzzare, come piena di sterco. Come il peggior nemico. Prostrata,
occorreva una cura. Che strano sogno, mi veniva da pensare, ma io sono innocente! Fu allora che mi
prese una sorta di compassione. Non verso me, o lui, precisamente. Verso un altro lui, un’altra me,
che vedevo come da lontano. Tremavo per quell’affronto lupesco. Mi sarei vestita di nero, a lutto.
Tremante e nervosa, mi serviva qualcosa d’esotico, altrimenti il mondo era come se non esisteva. In
una penombra aguzza, il vuoto di questa favola era il mio sgomento. Quasi assalivo tutti i miei
sogni, i miei ricordi. Il tempo non esisteva.

Tutto questo, prima. Adesso, se lo vedessi, lo sopporterei, ma solo vedendo in lui un fantoccio con
niente di umano ad attrarmi. Così sì, potrebbe passarmi davanti senza problemi. Con me c’è ancora
quel gatto, ma non è mio, non gli do nome.

Ancora sto alla finestra, come faccio sempre. Attendo qualcosa, non più qualcuno.




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PRIMA PARTE

“Quello che si prova è quasi magico”




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Si alzò, dopo una notte di bagordi in cui non si ricordava che avesse fatto. Ricordava di essersi
alzato, di essere arrivato alla porta e di essere uscito. Sì. Non si era messo a dormire, come tutte le
altre notti. Aveva vagato per la città, sotto la luna. Pochi i volti che aveva incontrato, qualche ultimo
passeggiatore che scopriva di dover rincasare di fretta, per avere qualche opportunità di sonno
almeno prima del giorno che sarebbe arrivato entro poche ore. Quanto a lui, non solo era strano che
avesse preso una simile iniziativa. Ma era bizzarra anche quella grande forza, che lo aveva animato,
spingendolo a trasgredire la normalità. Perché era questo che aveva fatto. Non si poteva spiegare
altrimenti come mai un ragazzo che non si era mai comportato così, sapendo che il giorno dopo
aveva una selva di impegni da assolvere, si prendesse la briga di cambiare le sue corrette abitudini,
a meno che non intendesse mettere in discussione proprio l’ irreprensibilità e le consuetudini, che
avevano caratterizzato la sua vita. Fino a quel momento. Ciò che avvenne quella sera, nei
particolari, non è dato sapere. Tutte le vie raggiunte e scarpinate. L’effettivo numero degli incontri,
la qualità di essi, e con chi ebbe modo di avere a che fare, ma non certo di parlare, se non per
qualche scambio di sillabe, la risposta a presunti insulti, o a chiamate troppo confidenziali da chi
aveva alzato troppo il gomito. La notte era un tempio sacro, dentro cui non sempre gli spiriti
venivano rinfrancati. Anzi spesso era teatro come di una nera sepoltura, sotto un fardello carico di
mistiche negromanzie. Aldo Meniconi era uno come tutti. Non aveva niente che lo distinguesse
dalla massa di altri come lui. Non aveva mai fatto niente che non fosse regolare. Alzarsi, studiare,
mangiare, bere, andare e venire. Alzarsi, cercare di darsi da fare, farlo o non farlo, nutrirsi, come
sempre, e poi muoversi e tornare. Come in un cerchio.

- La vita è una sfera. La puoi guardare da ogni lato, e ha un centro, giusto? Tu ti
immagini mille lati, e invece è sempre lo stesso che guardi. E’ solo il tuo punto di vista che è
diverso. La parte di superficie su cui ti specchi, cambia, ma ha la stessa porzione di
dimensione, e appare allo stesso modo. -
- Aldo, sei un filosofo! -
- No, Carmen. Io vedo. -
- Tu sei scemo! -

Carmen era sua sorella, e aveva tredici anni, quasi quattordici. Perché anche gli eroi hanno una
famiglia, e lui era fortunato, ad avere lei, e così tanto dalla vita. Eppure, da un po’ le parlava come
se non se ne accorgesse, della ricchezza che lei era per lui, dando per scontato tutto ciò che gli si era
finora presentato. Era colpa di una assuefazione, certo. Fu questa certezza, a farlo cascare.
Credendo come Alice di poter tornare troppo presto a casa, restò tante ore a rincorrere il
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Bianconiglio. Si perse, nel buio. Non quella notte. Ma in una delle altre. Perché prese a uscire tutte
le sere, dopo cena, non subito, ma aspettando che i genitori, e Carmen, andassero nelle loro stanze.
Quindi, rimuoveva il paletto del saliscendi dalla porta, lentamente, senza far rumore. Apriva con
delicatezza agendo sulla maniglia come se alle mani calzasse dei soffici guanti. Lo sorprendeva un
gran freddo, perché era inverno. Si barricava dentro la calda giacca, che indossava afferrandola e
infilando un braccio dentro la manica con foga, quasi tirandola in aria, per far ficcare anche l’altro
braccio ed essere vestito a dovere. Nel silenzio, perché nessuno lo doveva sentire. La città lo
aspettava, anche se le luci e i colori erano ormai spenti, così come ogni attrattiva. Non aveva un
gran senso quello che faceva, e lo sapeva. Però aveva solo la notte a fargli compagnia, e presto si
convinse che nella vita non è che poi avesse molto altro.

Che altro era successo? Arrivato a un bivio, Aldo non prese per Via Giustini. Ci andò Giuseppe
Morchetta, un senzatetto. E’c’è chi dice fu inghiottito dal buio. Chi che trovò un tesoro, dietro il
cadavere di un ladro. A questo punto, c’è chi sostiene che l’afrore penetrante e fetido del corpo
putrefatto lo spinse a retrocedere, e desistere dall’afferrare il bottino. C’è chi propende perché abbia
adottato come stratagemma il turarsi il naso, e che se lo prese. C’è chi dice che non prese per quella
via, ma per l’altra. La stessa di Aldo. C’è chi è convinto, anche, che non ci sia mica, quel bivio. In
alcuna mappa.

La via che prese Aldo era via delle Torri. Negozi, case, vicoli puzzolenti d’orina. E le torri, ovvio.

Questa storia vuole che in fondo alla via, ci fosse un barile contenente rifiuti tossici. Liquidi.
Pericolosissimi. In una parola: radioattivi. Non se ne andò, anzi, si avvicinò. Non ne toccò, ma dei
gas gli penetrarono le narici. Quindi, il suo corredo genetico ne fu scombussolato. Una roba figa,
tipo da trama di Spider Man.

Quello che successe dopo, è leggenda.




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Il primo giorno dopo si risvegliò sentendosi normale. Ossa, pelle e cheratine varie, tutto okay. Nelle
ore diurne, niente pareva essere mutato, soprattutto lui. La sua identità di ragazzo sfigato, era la
stessa, intatta, consueta. Ma la sera tutto cambiava. Lo sentì, e non c’era modo che la sua fosse solo
un’errata impressione, dovuta all’alcol, che essendo astemio non beveva, alle droghe, che essendo
un bravo figlio di madre non assumeva, o a stati di alterazione che non c’era motivo per cui
potessero averlo rigirato come un calzino.

Ma la notte, il sangue non era più tanto rosso come ematicamente dovrebbe. I globuli bianchi si
facevano fosforescenti! Non si vedeva all’esterno, dalle vene, ma era una roba forte, ecco. E questo
Dna ricombinato gli consentiva di essere altro da sé. Un nuovo lui. Migliore. Si sentiva meglio,
come con più salute. Più energia, più forza, più voglia di fare. Si accorse per prima cosa di questo
aspetto del cambiamento, quindi delle conseguenze. Come, presto detto. Quel giorno, doveva
morire. Era uscito, come ogni notte.

Il Corradini Mario intendeva far fuori se stesso perché disoccupato, esodato, cornificato, vedovo, e
gravemente malato, cioè allo stadio terminale d’un male incurabile. Si poteva comprenderlo, se non
voleva più vivere. Ma lanciando la sua auto su quel fatidico marciapiede, stava per uccidere anche
Aldo. Che reagì alzando le mani, entrambe, per farsi scudo. L’auto prese in pieno i suoi pugni. Che
si arrossarono, ma non sanguinarono, né si fratturarono le nocche o le dita. Il cofano della station
wagon, quello si fracassò, le lamiere si accartocciarono come l’alluminio d’un cartoccio, e Mario,
“sfortunatamente” salvo per un miracolo, guardò il suo salvatore con occhi da pesce lesso!

Fu così che Aldo scoprì di essere una sorta di supereroe. E la cosa lo stupì, e non gli dispiacque.
Non capiva perché gli fosse successo (E mai e poi mai lo collegò al viscoso liquame del tossico
barile). Ma sarà che sto sognando, pensò, però i pizzicotti che si dava facevano male senza dare
risposte. Così si persuase che fosse tutto vero, e se ne compiacque. Figata. Avrebbe gridato a tutto il
mondo la sua gioia d’essere un mito. Un urlo così liberatorio gli avrebbe aperto i polmoni come se i
bronchi gli fossero stati irrorati da una melassa all’eucaliptolo. Così forte da cacciare, a miglia di
distanza, gli spiriti maligni. Nessun grido, però. Solo un sorriso che non fece con le labbra. Sorrise
dentro di sé. Espresse così ciò che sentiva. Come sarebbe stato il domani, se lo chiese, ma non si
rispose. E andava bene anche così.

Al risveglio, si guardò intorno. La sua stanza era come quella di sempre. C’era il coniglietto Joe,
tutto spelacchiato sulla mensola, che lo fissava con un occhio solo. L’altro (probabilmente un
bottone cucito artigianalmente) si era sfilato anni prima, rotto dopo l’ennesimo abbraccio proditorio
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e costrittore. Sul suo comodino, accanto all’abat-jour, stava anche l’adorato criceto, Seymour. Se la
dormiva, come un ghiro. A metà pomeriggio, lo avrebbe visto come al solito montare sulla ruota,
che pareva il cestello d’uno di quegli apparecchi per asciugare l’insalata, ma più piccolo. Il
muricide vi saliva e muoveva il corpicino tozzo fino a dare forza cinetica al cerchio, e farlo rullare.
Ciò che Aldo non aveva mai capito era perché lo facesse. Perché si muoveva come un atleta, se non
otteneva alcun premio? C’era contenuta, nella ricetta del mangime, una formula sprint?




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Finché Carmen era piccola, Aldo si era ripromesso di non svelarle il suo segreto soprannaturale,
perché non avrebbe saputo spiegare al suo candido cervello come fosse possibile che un ragazzo
potesse sollevare un ponte crollato sopra delle auto che stavano passando sotto. Però lui ce la fece.
Non poté evitare di salvare i coniugi Markopf, giunti in vacanza nel Belpaese per ammirarne le
meraviglie tanto decantate dall’agguerrito team politico turistico dei Sostenitori Convinti Del
Primato Culturale Universale del Made In Italy. Della famigliola teutonica & giuliva non rimase
che una marmellata rossa tra le lamiere, e spiaceva. Però Aldo salvò comunque i componenti di
altre tre vetture. Sette persone, sette vite strappate alla Falce Maledetta. Sette languidi fanatici
adulatori che lo videro come un angelo salvatore, e tanto lo ammirarono coi loro occhi brillanti che,
incensandolo, pareva lo volessero innalzare a divinità.

- Niente, niente, ho fatto solo il mio dovere, - si schernì.

Mentre una tale Lucia, caruccia peraltro, lo stava tempestando di baci sulla guancia, avvicinandosi
alla bocca per tentare un approccio alla francese, risolutorio e gratificante per ambo le parti. Preferì
sottrarsi, non per altro, se non per evitare che il giorno dopo la si vedesse vantarsi in foto su un
quotidiano, sotto il titolo dell’articolo a recitare:

...HO BACIATO UN SUPERUOMO!...

Doveva evitare ogni forma di sponsorizzazione eclatante per arginare il fenomeno dell’assedio di
ammiratori, mitomani & maniaci che lo cingevano in assalti più o meno morbidi e tollerabili. Di
solito bastava scrollarsi gli Incollati con dei vigorosi colpi d’anca, e ti crollavano a terra come frutti
maturi dagli alberi! Per altri, dovette lanciarsi contro dei muri, per farli sfiancare. Molte ossa si
ruppero così, inevitabilmente. Ma era il male minore, a conti fatti.

La tesi di partenza era il noto motto: “Da grandi poteri derivano grandi responsabilità”. Una gran
cazzata. Da essi vengono un sacco di belle gnocche & Momenti Indimenticabili Di Super Vita, in
cui ci si accoppiava alla grande o più magnanimamente e altruisticamente si salvava qualche
disperato o si risolvevano piccoli e grandi problemi, nazionali o mondiali. Ma ogni ascesa ha un
picco in cui si vola alto, un attimo illusorio di stasi in equilibrio precario e una fisiologica caduta a
piombo. Aldo si era crogiolato così a lungo nella Prima Fase, che non temeva il sopraggiungere
della Seconda, neppur sapendo tra quanto si avvicinasse la terza, che non era una buona cosa. Una
caduta poteva essere la fine dei poteri, con un mesto svilirsi, come una batteria esausta, o una morte
epica. Che per quanto mitica fosse, era pur sempre, la letale cosa, spiacevolissima e irreversibile.

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Urgeva correre ai ripari. Ma come? Prolungando, all’infinito magari, la Prima Fase. Così gli suggerì
The Brain, accendendo con un eureka la sua geniale lampadina.

- Il difetto del mondo è che è troppo piccolo per i miei favolosi segreti. - le confidò un
giorno.

Lei, si chiamava Verdiana. Era un’ Amica Più Che Amica, una sorta di Figlia Sorella Fidanzata, che
lo accudì quando una volta, dopo uno scontro con una montagna, si accorse a sue spese di non
essere fatto, come essa, di dura roccia, ma di molle umanità. Prese a sanguinare come una fontana
vulcanica, zampillando tanto da ritenersi spacciato. Fu salvato solo dal tempestivo arrivo d’un
elisoccorso, e con una trentina di pronte trasfusioni rigeneranti. (Rese celeri da provvidenziali scorte
di sangue proveniente dai familiari dei feriti più - che - feriti del ponte crollato).

Verdiana lo guardò rapita. Era il suo lui. Eppure non era così innamorata, era solo che era femmina,
e le piaceva molto sognare l’amore. Quanto a lui, bramava solo le copule frequenti. Che lei,
virilmente, non promise e non concesse, piuttosto per noia verso l’abusato argomento e la
pedissequa pratica sessuale, che per l’energetico dispendio ginnico o il sudaticcio stillicidio d’intimi
umori da dover asciugare. Forse si asteneva anche per lasciargli un alone di mistero, che avrebbe
dovuto ingigantirsi perdurando col negarglisi. Scelta che, a sua ingenua insaputa, dato che per
galanteria doveva reprimere ogni conato di rabbia, lo faceva oltremodo incazzare. Ma che ci poteva
fare, se neppure bicipiti e tricipiti, scaturendo da muscoli nati flaccidi, non l’allettavano come
dovevano?

Verdiana era fatta così. Non si lasciava abbagliare da fuochi fatui o abbindolare da stratagemmi da
manuale. Era vera e concreta. Suo padre lavorava al porto di Livorno, e lei aveva preso da lui la
forza di chi scaricava merci per intere giornate, indefessamente, come da contratto.




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Mentre tutto correva, le auto, le persone, i sogni, Aldo si godeva tutti il piacere di essere il Migliore.
Non tutti potevano permetterselo. Per molti mesi, era rimasto solo. Aveva preferito darsi da fare, e
aveva trascurato i suoi amici, confidando che, essendo veri amici, non avevano una data di scadenza
per esserlo. Così con Rosario Geldi, Mimmo Ligguoro e Clizia Ciuschi percorse le vie della città
ancora una volta, come se tutto fosse rimasto sempre com’era. E mentre sentiva la sua nuova forza
dilatarsi dentro le vene tese, cresceva in lui il timore che qualcuno tra i tre presentisse che era
diventato diverso. annusandolo, guardandolo, ascoltandolo. Toccandogli un braccio con la mano,
nell’afferrare per farsi accompagnare, tratto in disparte. (S’immaginò Clizia farlo). Potevano
scoprirlo assaggiandolo. Così, per completare il cenno ai cinque sensi. Sì, assaggiandolo: potevano
sentire il gusto del proibito nel carpire all’eroe il suo segreto inconfessabile.

Invece: Rosario stette muto com’era suo solito,Mimmo lo tempestò di domande come sempre (con
una dose maggiore, perché da molto non si incontravano) e Clizia lo annoiò con certe sue fisime
filosofiche, tanto esemplari che lui, da un bel po’, se n’era abituato, ma che, non udendone da
parecchio tempo, nell’assenza, lo tediarono come non mai, eppure un poco le apprezzò anche,
perché erano un pezzo di lei.

- Certi inganni del tempo non sono che fallaci rimembranze ataviche di chi eravamo, quando a
fare le nostre veci erano...tadà! I nostri antenati! -
- Ullallà, che mi sveli! -
- E ti dirò di più, scettico pelandrone, non solo viviamo tempi in cui il Dio Denaro e la Dea
Immagine hanno fagocitato il nostro ego come a lappare un ghiacciolo già mezzo sciolto... -
- Oddionò, ecco la Pura Filosofia cliziesca, ragazzi, arreggetemi se cado! -
- ...Ma è anche venuta l’era in cui si somma tutto insieme il complesso delle nostre secolari
debolezze...Il retaggio di civiltà millenarie, capite? –

Quando, meno male, con una domanda Clizia li interpellava con un aut aut positivo o negativo, era
doveroso annuire, per sperar di cavarsela con la fine del discorso, subitanea o prossima. Altrimenti,
negando o tacendo, quel rubinetto non lo chiudeva nessuno. Continuava a gocciolare teorie
cosmiche, mentre marciavano compatti fino al kebabbaro, per una culinaria sosta etnica. Dopo il
ristoro gastronomico, si congedarono. Non senza che si scoprissero emozionati, quasi fatti estranei,
com’erano, più di quanto pensassero. Per la gioia giocosa di essersi finalmente ritrovati, tutta la
Tribù.


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- Senti le rane, - lei disse a lui.

La ragazza odorava la fragranza degli steli d’erba nell’aria umida che pareva fatta apposta per
racimolare certe essenze, e per espanderle come telegrafandole nel Codice Morse d’una natura
ineffabile. Lei si chiamava Micol Morghetti, ed era sublime. tutti ne avrebbero convenuto,
conoscendola, ma pochi ne avevano il privilegio, perché le era consentito raramente di uscire di
casa senza i genitori. Lui era uno dei tanti che spendevano interi pomeriggi sotto al palazzo. Micol
gli parlava con mistica serietà. Quasi come se fosse una Cassandra che profetasse stoiche sentenze
degni d’ellenici misteri eleusini. Lo faceva come se parte dell’anima le fosse assopita nell’ombra,
persa in un sonno della coscienza; l’altra parte volta al cielo per farvi calare parte degli altissimi
segreti, vaghi e persi lungo le rotte delle stelle lontane.

- Le sento, - lui rispose.
- Ascolta... -
- Gracidano, sì. -
- Sì, ma ascolta... -
- Le sento. -
- No. Ne senti l’eco, come facevo io. Prova ad ascoltarle ancora, ma lascia far lievitare alle
orecchie il suono. -
- Oh, basta! Mica s’impasta il pane. -
- Scemo. Tu ascolta. -

Lui preferì rinunciare alla bella amica, e squagliarsela. Spesso accadeva così. Perché Micol
“faceva la donna grande”, come dicevano i ragazzi del quartiere, marchiandola con l’infamante
accusa d’essere una che volesse crescere, prima che dopo. Finché la realtà le dava quei segnali,
che la stimolavano tanto acutamente, lei non poteva farne a meno, da atteggiarsi da adulta. Cosa
che pochissimi sopportavano. Era in una fase ancora in cui procrastinava il momento cruciale di
chiedersi quali fossero i sogni della vita, e doveva pur riempire il suo tempo con sostanziali
prese di posizione, sull’essere e il divenire. (D’altronde la sua pubertà era appena finita).

Fu allora che ci fu come un terremoto. Smottò infatti una porzione di collina, e stette per
franare, a guisa di Vajont, sulla periferia come un enorme gelato cremoso che si staccasse dal
cono sciolto nell’afa estiva. Solo che quella massa non era piccola e dolce, ma immensa e tetra,
ed avrebbe soffocato di colpo, molte, troppe vite. In un geologico boccone, tutte insieme. Aldo
sentì che stava per succedere un poco prima, come fosse un animale. Si alzò, e corse lesto come
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se accelerando potesse volare davvero. Mise la sua schiena di fronte al gigante di fango, e lo
sostenne finché non gli si frantumò addosso. Ne fu invaso, dalla coltre di terra, fino a rischiare
d’ingoiarne, se non avesse tenuto chiusa la bocca. Urlò. Lo si sentì nei dintorni, e a chilometri di
distanza. Addirittura. Perché quei poteri non li si poteva trattenere. Erano vari e
incalcolabilmente devastanti. Si accorse solo dopo che un pezzo di valanga era finito su una
casa sottostante, tragicamente. divelto il tetto, e che a quanto pare avesse travolto una famiglia,
madre padre & figli, senza lasciar loro scampo. Fu sollevato quando dalla stampa locale seppe
che chi vi risiedeva aveva lasciato l’uscio per una bucolica scampagnata a caccia di funghi, si
spera non velenosi.

Per rendere giustizia, non si sarebbe mai pentito di tante ore spese per la comunità. Era vita che
gli infondeva vita. E, pulendosi le maniche da resti di quel fango ostinato, vide Micol, che
vagava come sperduta.




- Ehi, tu sei Quello, vero? -
- Non so che dici. -
- Ma sì. Quello che ci vuole bene a tutti quanti. -
- Non credo ci conosciamo. -
- No, infatti. Ma devi essere uno che vede tutto...Perché corre voce che tu stia ovunque ci
serva! -
- Ti sbagli. -
- No, sei tu che menti. Ti vuoi far nascosto, come i ninja che si mascherano la bocca. -
- Ma tu sai. -
- No, ancora. Tu sai. -
- Non so niente. -
- Basta. Ti ho visto. C’eri tu, sotto alla collina che si spaccava. -




Lo aveva visto. Questa non ci voleva. Perché sì, c’erano sempre stati molti testimoni delle sue
prodezze. Però intercorreva un patto nella società per cui nessuno si spingeva oltre a qualche parola
spesa in pubblico per onorarlo e ringraziarlo. Tutto finiva lì, e si fingeva che lui non ci fosse. Lei
pareva intenzionata a piccarsi, per violarlo, e spesso, finché non lo si ammetteva: che lui c’era in
ogni momento di pericolo e intercedeva per scongiurare il peggio con mezzi che altri non avevano.


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Filippo Armaioli Magi La magia delle ragazze
Merda. Questa non vi voleva. Una donna può essere un danno. Ti genera affanno, e ti chiedi se lo
faccia apposta. Per provocarti, per vederti in viso come la guardi a tua volta. Tu la osservi, e fai il
distaccato. Però dovevi prevederlo, che con quelle nuvole nere lassù, le cose potevano mettersi
male, prima o poi. Non le chiese di non farlo. Perché il modo migliore per persuadere qualcuno non
è ricordargli che la cosa da non fare sia possibile. E’fargliela dimenticare, distraendola, parlandole
d’altro.

- Sei qui da molto? -
- Ci abito da quando sono nata. In quelle case là. -
- Vedi, io sono nuovo da queste parti. -
- Potrei farti da guida. -
- E accetterei. Ma non intendo stare qui a lungo. -
- Partiamo allora. -
- Dove? -
- Ehi, campione, devo saltarti sulla schiena e veder svolazzare il tuo mantello mentre mi fai
sorvolare tutto il panorama, Kal - El figlio di Jor - El! -

Lei era così. Schietta e sorprendente.

Lui le chiese dove fosse che lei volesse lo portasse, e lei Fammi fare un giro sopra il mondo, e lui
per rifiutarsi a replicare Che è grande e lei a insistere che Non lo è tanto, se ci isoli i posti veramente
interessanti, e lui a chiedersi per lei chissà quali sono...E lei a proporre Tokio, Berlino, Belfast,
mentre lui da lei si aspettava altro, tipo Londra, Nuova Delhi, Singapore. Per Aldo c’erano infinite
terre come ancora da esplorare , per un viaggiatore disincantato, e nuovo ai giri del globo. Per
Micol, invece, poche erano le scoperte da fare, e tutte si riassumevano in scorribande verso zone
determinate da una sua visione prospettica d’una geografia lieta e psichedelica. Poche mete da
godersi con gusto. Non la fece montare su di sé, perché se era vero che aveva poteri, era anche che
non sapeva volare. Anche se a volte pensava di essersi evoluto abbastanza per poter fare ogni cosa.
La forza cresceva. Non c’era attimo che no la percepisse e la sensazione era che acquistasse volume
dentro di lui, massa dentro una massa, che lo nutrisse con un vigore sovrumano. Il suo corpo
imparava ad essere come immortale. Si addestrava.

Lei era delusa. Aveva pregustato quel volo inusitato, poter planare sulle capitali, come se gli spazi
immensi si potessero dominare parametrando la rotta coi sensi acuiti. Dovette ripiegare per un
passaggio ordinario verso casa, ma lui era parimenti senza mezzi, e se la fecero a piedi. Micol
avrebbe voluto chiedergli molte cose, ma aveva tabula rasa in testa. Tutto esaurito, niente pensieri.

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Hakuna Matata, come nel Re Leone. Eppure camminare al suo fianco le infondeva un senso di
libertà, come se sotto i piedi le fluisse tanta aria da sollevarla di almeno cinquanta centimetri. Lui la
portò a casa, e fu allora, dopo averla salutata, che se ne accorse. Le rane. Gracidavano ancora. Era
un cicalare rauco, come se intendessero vomitare fango, o come se volessero rinfacciare al creato
d’esser nate batraci.




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Il giorno che seguì, fu uno come tanti, tranne che ebbe un malore, che ricondusse a un banale
affaticamento, lo stress del giorno prima, l’ansia d’essere stato scoperto, ma non lo era. Si manifestò
con nausea e giramento di testa, ma non in modo usuale, era un gran vortice che gli faceva vedere
tutto sfocato, le cose intorno traballavano, e il cranio gli doleva come se glielo si fosse
traumatizzato con un gran colpo. Stette a casa, temendo di crollare a terra di fronte a tutti. Fu allora,
durante la pausa forzata, che ripensò a tutta la sua storia. A come fosse andata, e non è che si
ricordasse molto. Non un gran che, affatto. Buio totale, se ripercorreva troppo indietro, come se una
bolla gli premesse la testa, e gli impedisse di fare mente locale, di spalancare i cassetti della
memoria, che si ostinavano a rimaner non solo chiusi, ma ermeticamente sigillati.

Ci deve essere stato qualcosa, pensò. L’Io Di Prima aveva “battuto il cinque” all’Io sopraggiunto a
fargli cambiare il turno...Uno in azione, l’altro a riposo. Ma l’altro, era il vero lui, e voleva che
tornasse. Non se la sentiva di indossare ancora a lungo quella maschera grottesca.

Tormentato dai sensi di colpa per le vite non salvate nella convalescenza, quando si ristabilì si
prodigò per rimediare, finendo con l’aumentare il numero di persone che lo vedevano compiere
prodigi. I suoi familiari si erano chiesti perché ogni tanto qualcuno li squadrasse sgranando gli
occhi, ma si erano detti, la gente è strana. Non si erano ancora accorti di Super Aldo. E mille volte
lui aveva pensato a come dirglielo, non era facile. Tutto bene a scuola? Sì, mamma, l’intera
sequenza, riga per riga, del logaritmo svolto m’è apparsa nella mente come in un video, e mi è
bastato trascriverla tale come la vedevo flottare in aria. Bene, avanti così, sarai promosso. Oppure,
alla stessa domanda, Sì, papà, mentre correvamo per la ginnastica, sai, ho doppiato i miei compagni
tre volte. Bene, figlio, ma ricorda l’importanza educativa d’uno spirito di squadra, anche
nell’allenamento...No, non avrebbero risposto, né così né in altro modo. Sarebbero svenuti, nella
migliore delle ipotesi, o sarebbe venuto loro un bel colpo secco, ecco.

- Non si può chiedere coda alla vaccinara a un take - away, Mimmo. non rientra nell’etica del
fast food. -
- Ma è cibo di strada. -
- No, non lo è, solo perché lungo la via t’è venuta fame. -
- Capisco. E una paella? -
- Se fossimo a Madrid, olé. Qui, scherzi? -
- Niente, allora? -
- Solo piatti espressi. -

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- E io l’ho “espressamente” chiesta, la paella. -
- Al massimo, la padella, quella possono portartela. Chiederla non ti da’ diritto a far sì che
questi cuochi, mattinieri, ti vadano dal pescatore a rifornirsi, caricandosi saraghi e branzini
nel furgone. -
- Il tuo è sarcasmo cinico? -
- Constato i fatti. -
- Con ironia bella e buona! -
- Però hai ragione, non credo che abbiano il pesce, sai. -
- Da cosa lo deduci? Che entrando non abbiamo visto la vasca con le povere aragoste e gli
ignari astici da bollire vivi? Qui non tengono neppure un merluzzo, mi spiace. -
- E una verdesca? -
- Sì, in salmì! Sveglia! -
- Ho capito, allora c’è solo quello che vedo nei menu delle tabelle appese, giusto? -
- Le foto ci sono per questo. -
- Senti, allora torniamo al Rifugio. Io passo da casa, e le traggo dal freezer. –


Non era una cattiva idea, quella di Mimmo. Le zeppole con lattuga di mare scongelavano in un
baleno.




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Il Rifugio era una baracca abusivamente eretta dentro un giardino pubblico, notoriamente incolto
per incuria, scarsità di manovalanza con mansione di giardiniere a cottimo, e trascurato anche
perché da tempo scarsamente affollato. Il Gruppo se lo era conquistato a sassate, mentre uno dei
loro piccoli avversari franava a terra con abbondanza di saliva sparsa dalla bocca schiumante dal
capo chino, guizzante e baluginante parte delle arcate di denti, e la radio che gli era caduta, al
poveretto, e gli cantava Ring of Fire di Johnny Cash. Ritrovare gli amici al Rifugio, lo commosse,
perché era tanto che non ci si recava. L’ambiente lo trovò disordinato e sporco come l’aveva
lasciato l’ultima volta, come l’appartamento d’un accumulatore compulsivo. I visi di Mimmo e
Clizia invece non gli erano apparsi mai tanto belli; Rosario aveva lasciato il Gruppo, essendo
diventato un facoltoso imprenditore. Aldo guardò i due, soddisfatto. La vita pareva sempre riservare
sorprese a più non posso, e scemando le occasioni in cui era richiesto il suo intervento, il tempo
libero gli aumentava. Questo perché si era instaurato un rapporto di fiducia tra lui e la società, do ut
des, quid pro quo, cosicché errare era visto come deleterio, e ci si guardava bene dallo sgarrare sia
per sé che per gli altri. Ogni nazione che seguiva questo Programma Benessere ne fu beneficiato, e
perseverò nel far bene a oltranza, finché vi fossero frutti. Nessuno si lamentò, anzi vi fu una caccia
al benefattore che aveva portato a tanto. In molti si ricordarono di lui, ma Aldo, interrogato
sporadicamente dai curiosi a caccia di scoop, negò sempre di essere chi credevano che fosse.

Le cose si complicarono quando Carmen si accorse che per le troppe assenze, Aldo era stato
bocciato, e quel che peggio, non si era presentato più a scuola. Non poteva certo salvare il mondo e
laurearsi, e bisognava far precedere nelle scelte oculate le priorità. Così mise mano alla bocca della
sorella, per farla tacere, ed inventò, di sana pianta, che non aveva più frequentato il liceo per un
increscioso disturbo gastro - intestinale.




- Te la fai sotto? -
- No, è che... -
- Quella liquida o quella solida? -
- Entrambe... -
- Cioè!?... -




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Ma non finì di specificare il falso dramma copro - urinario del fratello, perché le tappò ancora la
bocca, zittendola abbastanza da placare la sua insistentissima smania di replicare. Gli spiaceva farlo,
ma non aveva scelta. Si poteva evitare che spifferasse ai genitori ciò che presumeva di sapere, non
poteva fare niente per impedirle di ricordare: così, allentata la stretta del bavaglio, poteva rivolgersi
ai suoi e, quel che peggio, poteva denunciar loro d’essere stata bloccata. Tutta la sua forza non
bastava a rimediare a questa eventualità. Non poteva tenerla in gabbia, come faceva con Seymour
(eppure che vaga, carezzevole tentazione, pensò). All’inizio della vicenda, il coacervo di emozioni
lo aveva fatto esultare. Godersi albe e tramonti presso alla rugiada, dove cade il giorno, con la Super
Corsa gli era permesso, ma non poteva fare ogni cosa, e non poteva usare il suo copro come fosse
fatto di gomma. Non era immortale, né indistruttibile. E il credersi onnipotente cozzava con la realtà
tanto da impedirgli un corretto calcolo dei suoi repentini slanci a felina velocità da gattopardo.
Usanza questa cui presto dovette fare a meno, o moderarla, perché molte volte, sbattendo su muri o
pali, era tornato a casa piuttosto malconcio, dovendo giustificarsi in famiglia con l’aver incrociato
un’agguerrita banda di bulli, avversaria del Gruppo. La bugia reggeva per verosimiglianza, ma
rodeva tuttavia sentirsi dare del “perdente” da una Carmen sghignazzante.




Non è mai troppo tardi, perché accadano cose incredibili.




Micol rivide il suo salvatore alzando gli occhi, mentre fari alogeni scintillavano sul catarifrangente
della sua bici. Saltava sugli alberi del corso, per recuperare un gatto, dato che la sua vista, acutizzata
dalla metamorfosi per contaminazione, aveva riconosciuto che il muso di quello lassù combaciasse
con quello raffigurato in un volantino con cui se ne denunciava la scomparsa. Pedalando con foga,
vide lui che recava il micio al padroncino, che lo ringraziava con un grato ampio sorriso. Ancora
una volta questo dono - dal - cielo primeggiava nel fare del bene.

- Vedo che ci sai fare con la gente. -
- Mi hai beccato. -
- Sì, ora troverai una scusa... -
- E? -
- E mi pianterai in asso. -
- Hai domande da farmi? -
- Non so. -
- Se sì chiedi, se no andiamo. -
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- In ogni caso, andiamo! posso portare la bici con le mani, senza montarci. Ed è tardi, troppo
tardissimo direi... -
- Troppissimo, sì. -

La rima cogli –issimi la fece sbellicare. Non glielo disse, però, che simili freddure se le aspettava
piuttosto da un tizio in calzamaglia che non da un damerino così azzimato. ( Aldo era cambiato
anche nel look per adeguarsi al suo Nuovo Io e non indossava più i maglioni natalizi ricamati a
uncinetto della nonna, se non in nostalgiche occasioni, quando contava di poter passeggiare
solitario, senza imbarazzarsi in incontri estemporanei con sconosciuti che, beh, non sgranavano gli
occhi, ma certo sì, che pensavano che quella lana d’antan fosse demodé da un secolo).

Per un po’ la guardò. Fu come se intendesse proteggerla con lo sguardo, tenendola d’occhio per
riscaldarne il cammino mentre oltrepassava la porta. Una malalingua avrebbe potuto
maliziosamente arguire ed argomentare che con quello scorcio voyeuristico intendesse bearsi delle
grazie della bella giovane. Il che poteva essere pur vero, ma non lo era. (Fortunatamente, nessuno
passò, che lo pensasse). Un balzo, e fu dall’altra parte del marciapiede, alla casa di fronte, che aveva
l’aria abbandonata di un posto sfitto. E ora, un poco di Super Corsa, per aumentare il pathos,
pensò; e fece. Sbattè contro un barattolo di tintura, bello grosso, di gran diametro, spargendo tanta
vernice da spiattellare un bel murales sottosopra, ad impiastricciarci ancora con le scarpe delle sode
pedate, mescolando l’arte della break - dance al manieristico acquerellare d’un madonnaro, più
bravo a far copie che a usare le tempere.




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Una città di solito inizia, ma poi finisce. S’unisce sì alle altre, per conurbazioni più ampie, non per
specchiarsi (e, dico, letteralmente) una nella gemella dell’altra, vale a dire una dentro la copia di
se stess, con al mezzo un confine impalpabile, così inscindibile ad una visione poco attenta. Perché
gli abitanti dell’una non andavano nell’altra? Questo non era esattamente vero: dei transfughi
c’erano, ma non c’erano grandi attrattive, da una parte e dall’altra, fuori dai centri città. Così non
c’era motivo per stare al di là di dove si stava. Oltre quel cerchio etereo.

E così chi usciva senza accorgene, tornava presto e senza fare scoperte.

Se solo si fossero spinti poco oltre! Che avrebbero notato?




Che c’era un altro Gruppo, e un altro Rifugio.

Altri Mimmo, Clizia, Aldo...

No, Aldo no, di lui ce n’era uno soltanto.

Ma c’era un Mimmo meno tonto, una Clizia meno logorroica, e un Rosario che non se n’era
andato, ed era rimasto lo stesso di sempre.

Altri amici, quasi dei fratelli, come invisibili. O forse nemici, da cui tenersi lontani. C’era un altro
mondo sconosciuto , a così poca distanza.




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Certo, fu un sogno. La sorella di Aldo ne aveva di fantasia. Creò tutto con la sua testolina, e nei
dettagli. C’erano: un’altra lei, un’altra casa, un altro orizzonte, però sotto uno stesso cielo. Finché
non si svegliò, e la realtà fu una sola, unica e compatta. Si alzò, passò davanti alla stanza del
fratello, e vi sbirciò, che adorabile sfacciata, e lo sorprese a ronfare gorgogliando in un russare roco
e spastico. Faceva davvero ridere, ma c’era ancora un’eco sotterranea di quel sogno che ancora le
ticchettava la mente, titillandola in un dormiveglia da Rapidi movimenti Oculari, il sonno R.E.M.
come mai conclusosi, e qualcosa di quel sogno pareva così tanto consciamente un incubo da
iniettare una nota amara nel dolce mattino.

Fu il pomeriggio di quel giorno che il Gruppo fece La Brutta Scoperta. Avevano malauguratamente
lasciato il Rifugio alla mercé di chiunque, contando che niente sarebbe successo, ed era pur
possibile che altre volte qualcuno vi fosse entrato per curiosità, ma senza far danni o rubar
cianfrusaglie. Woyzech, un vecchio ex libraio ex bibliotecario, che viveva ormai una vita metà da
clochard comune metà da mendicante truffatore, che sfruttava la pietà altrui per ul suo sedicente
zoppicare barcollante, un incedere fasullo che in realtà macchinava apposta per lesinare le offerte.
Come un sofferente in degenza, qualcuno gli si avvicinava, gli si appoggiava sulla spalla, fino a
piegarlo, talvolta mozzando a chi educatamente lo reggeva il fiato per lo sforzo. Si ostinava, e
premeva.

Non si sapeva, se fosse polacco, o russo. C’è chi gli affibbiava un’origine gitana, ma non era così.
Più propriamente, era un Senza Patria. Turco - mongolo, indo - tibetano, nippo - siberiano, chissà.
Ognuno e nessuno. Se glielo avessero chiesto, soleva non dare risposta, o non volendolo o non
sapendo lui stesso quale dare. Woyzech era stato creduto muto, sordo e cieco perché non parlava,
non mostrava d’ascoltare e non fissava nessuno, ma si mascherava in quel modo per inerzia; in
realtà, blaterava, origliava e spaiva eccellentemente. Quando Aldo lo vide, d’istinto non gli piacque
per niente. Gli pareva sporco, e non c’entrava l’igiene nel giudicarlo, si trattava, a infastidirlo, d’una
pregiudiziale sordidezza etico - morale. Lo squadrò un poco, prima di partire per salvare un gregge
d’agnelli da un abete che stava per ridurli a costolette frante senza bisogno di un macello. Mimmo e
Clizia, restati con lui, l’osservavano mentre spalava i loro beni! Il Rifugio ora era suo, secondo lui,
e a poco valeva far delle rimostranze, quelle orecchie indifferenti tornavano a chiudersi nel silenzio.
Dopo attimi di sconcerto, decisero di attendere che si voltasse, di raccogliere le loro cose dalla


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pattumiera e di riporle in un angolo da cui non sporgessero. Fecero così, e lui non si accorse di
niente perché non guardava il livello nei bidoni.

Salvate le carabattole (tutti oggetti di poco valore, ma assai cari agli affetti) urgeva fare i conti con
quello strampalato vecchiaccio. Doveva uscire dall’habitat altrui, la bestiaccia! Vessarlo, o anche
provocarlo, era da bulli, da evitare, per cui propesero per una strategia più consona sia allo scopo,
sia ai mezzi che avevano per vendicarsi, ma senza nuocergli più del fastidio d’esser cacciato via.
Non sapevano gran che di lui, se avesse paure su cui far presa per spaventarlo e costringerlo a una
resa, alla fuga. Così Clizia raccolse dello sterco con dei legnetti che, infilati in un barilotto cavo,
privo del coperchio, furono la base ignica d’un falò merdoso. Non seppero mai se se ne andò per la
forte puzza, o per il gran fumo ricco d’anidride carbonica, che lo avrebbe soffocato, a sopportarne
ancora. gliene bastò qualche inalazione, per decidersi a sloggiare. Il Rifugio tornò al Gruppo. E
come ogni cosa che ci si è visti sottrarre, fu più apprezzato, dopo. Fu svuotato il più possibile, e
furono censite le cose piacevoli e utili dalle stupidi e inservibili, che furono gettate, mentre le altre
spolverate, e riposte temporaneamente. Fuori, nel giardino, orribili insetti dovevano certo abitare il
terreno che avevano sotto i piedi, ma loro non li vedevano, quindi occhio non vede schifo non fa.
Quindi, le pulizie. Braccia avanti, indietro. Chini a terra, schiene erte, dritte e guizzanti come gatti
bagnati loro malgrado. E ancora su e giù, finché fu tutto pulito. Prima via la polvere, spazzata.
Quindi, litri d’acqua e sapone. Non tutto fu splendente, ma poteva andare. Era un modo per dire:
Rifugio, ti amiamo. e per festeggiare la riconquista.

Aldo seppe tutto dal loro racconto.

- Ma davvero? -
- Giuro. -
- E avete bruciato legno e cacca? -
- Speravamo lo impuzzasse. Ma non lo sappiamo quanto lo abbia appestato, perché non ci
conveniva restare. -
- Per l’odore? -
- Appestava, sì. Ma no, è che poteva vederci...Scattando mentre era distratto, ce la siamo
cavata. -
- E bene, vedo. -

Non si espresse. Né per mostrare della rabbia per il senile esproprio, né per congratularsi della
difesa delle loro proprietà e del lavaggio, che se non era riuscito a profumare era valso a togliere il
tanfo di stantìo dalle tarlate assi su cui poggiava i piedi.

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Venne una ragazza, si presentò con un’amica, una straniera, e chiese di aggiungersi alla compagnia.
Non era mai successo, e nel caso a decidere doveva essere Aldo come capo ( in quanto “maschio
alfa” del Gregge). Lei era Verdiana; l’altra, un’israeliana. Si chiamava Bat. Portava gli occhiali ed
era così minuta, e solo dopo ci si avvide che doveva avere quindici o sedici anni. Occhi vispi,
gracile, guardava a trecentosessanta gradi, ma spostando il capo sempre lentamente, come se
temesse, il suo collo, di staccarsene. Non furono né accettate né ripudiate, ma incluse come ospiti. Il
Gruppo non poteva permettersi né di accrescere in numero, né di esimersi dall’accogliere: erano
entrambi punti inequivocabili nel regolamento. Clizia si era ammaliata della presenza delle due
nuove, e le trovava entrambe fantastiche, ma era perché aveva quasi solo amici maschi, e in loro
trovava ciò che le mancava. A Verdiana parlò di maschi e di cose da femmine, a Bat di cose che
facevano ridere e piangere. Bat che rispondeva alle frasi a lei rivolte ancora con sguardi, ma mai
mirando occhi negli occhi come se avesse dovuto scusarsi a farlo, come se fosse un osare in uno
spazio non suo.

Ma l’ebraica connivenza durò poco, niente: Bat aveva l’aereo, per partire. E i voli vanno, vengono,
ma non si fanno attendere. Verdiana voleva confessarle un interesse lesbico, ma non era neppure
convinta con se stessa, che la cosa fosse amore. Ebbero, tutti, appena il tempo di sostare a un
ristorante cinese. Bat ascoltava, ma, credibilmente, non capiva. Vedeva solo i volti delle cameriere,
le portate servite; le interessava esserci, nient’altro, nella buona compagnia.

- E’fortunato chi sa leggere velocemente, e capire. -
- Perché? -
- Perché chi non è abile a farlo, il tempo speso è tanto di più, per minor risultati. -
- Tu leggi troppo, Clizia. -
- Mai abbastanza. -
- Troppo, invece. Ti chiedi quanta vita perdi? -

A parlare, Clizia e Verdiana. Si stavano scoprendo amiche, e ciò che è più confortante nell’amicizia
è il calore delle confidenze, e una certa estemporanea valenza filosofica di certe asserzioni
pronunciate ora in sussurri mal velati ora in grida che esplodevano incerte se fare o meno un botto.
La vita è fatta per essere persa, d’un fiato o in stillicidio, voleva dire ancora Clizia, quasi a
difendere un ego ferito dalle sferzanti, amorevoli accuse di Verdiana che avrebbe sostenuto Ma
vedi, tu ti bruci, da intendersi come in un Io così testardamente problematico. Avevano visioni così
differenti? Probabilmente no, ma artigliavano tanto per graffiare, in un puro sfogo, per cercarsi.



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...C’era, una volta...

C’era una volta un gruppo di monaci che dovevano raggiungere Siviglia, dove i Cavalieri Templari
avevano abbandonato il Sacro Graal, e alla mercé di chiunque la sacra reliquia poteva essere
trafugata, e venduta al miglior offerente. Questi clerici vaganti avevano assai poca pratica di fede
quanto ad aspetto, ed attitudini. Sfoderavano spade lunghe e temprate, che qualche mago certo
doveva aver potenziato con incantesimi straordinari. Aldo, Rosario, Mimmo si sarebbero chiamati i
loro discendenti, con nomi simili ai loro, più latini nella grafia e nella pronuncia. Avanzarono
verso un castello, e per salirvi dovettero ricorrere ad un’astuzia volpina, che ricordava l’antica
beffa bellica del Cavallo di Troia: si fecero calare dentro grosse botti, e assoldarono un falso
vinaio che doveva farli entrare a corte. Certo, se le guardie o i reali avessero voluto averne un
assaggio, sarebbe stata una tragedia, ma andò che fu permesso loro di passare sul ponte levatoio
abbassato e di essere accatastati in un magazzino. Con della polvere pirica, e uno zolfanello,
dettero fuoco alla parte superiore fino a trarne un buco, con cui respirarono molto meglio che non
dal foro della canna da cui si versava l’adorato succo fermentato d’uva. (Questa necessità li
portava all’inizio a stare sottosopra, per poter avere le narici poste proprio davanti agli unici
buchi!) La missione era quasi impossibile. Oltre al Graal, c’erano da liberare due damigelle,
Clotilde (Verdiana) ed Eufrasia (Clizia), e non potevano esimersi dal farlo, i Monaci Cavalieri,
perché ne erano da tempo perdutamente invaghiti. Per loro esse erano più preziose di tutti i gioielli
delle dame del mondo, di tutti gli ori e gli orpelli dei ricchi epuloni. Immaginate, quelle bellezze che
si dovevano presentare nei boschi francesi, o inglesi, quando i viandanti potevano scorgerle mentre
si denudavano per un bagno ristoratore presso a un ruscello, come ancora più anticamente
capitava agli dei greci, sorprendendo le ninfe.

- Madonna Clotilde è così bella che mi si agita il petto fremente, e sento tutto allo stomaco
come un’agitazione perenne! -
- E’perché sei uno sciocco peregrino! Tutti sanno che solo Madonna Eufrasia ha tante doti,
da far perdere il senno, come tu dici ch’essa può, erroneamente! -
- Sei algidamente pieno di un ammasso di fredda illusione, Mastro Gaio, io ho visto per
primo la vera luce di sincero splendore, e so che dico. -
- Se tu lo sapessi veramente, sapresti che sbagli l’oggetto della tua vista, e che è chi dico che
primeggia, come non può altra fare in modo uguale. -

Questo era l’esempio di alterco pacifico, con cui i due pretendenti lodavano le rispettive amate. E
non c’era giorno che o ripetessero quasi con le stesse parole le medesime litanie piagnucolose, o


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Filippo Armaioli Magi La magia delle ragazze
che trovassero altre melensaggini con cui cercare di intortare l’altro, ch’era impossibile cedesse
ad ammettere la ragione del compare. Tanto dissero che tanto vollero fare.

Ma la saggia regina Carmelinda intuì che i due bricconi intendevano trarre due prigioniere dalle
celle in cui erano alloggiate. Esse erano destinate a divenire cortigiane, ed erano anche merce
rara, così ben istruite pur provenendo dal volgo. Ne informò il re Albino, che tuonò contro gli
intrusi anatemi che sapevano d’apocalittica condanna.

- Allarme! Guardie! - gridò, - Fate con le vostre braccia armate vendetta del vostro Re,
offesissimo! Prendete quei tali, entrati qui di straforo, per mezzo sicuramente d’arte
occulta, e o portateli a me, dopo averli ben malmenati, fino a fargli star muta la favella, o
fatene ciò che volete, ma fatemi veder prima le loro zavorre, prima di caricarle sui carri! -
- Li porteremo nelle gore a fianco alle mura, per farli masticare dai cinghiali affamati! -
- Bene, e allora se ne sopraggiungesse uno, inforcatelo e portatelo al cuoco alla mensa,
perché, grasso per essersi impinguato delle loro carni vigliacche, possa essere buona cena
per le nostre bocche! Sapranno un poco di asprigno, per la loro sordidezza, ma sapremo
adattarle al gusto del nostro banchetto! -
- Sì, signore! -
- Tornate vincitori, o non tornate affatto. Se non lo troverete, nella gora vi farò gettare dai
vostri compagni d'armi. -

Il re Albino era furioso. Ma non si accorse mai che il calice fu fatto sparire dal castello.

Che Eufrasia e Clotilde non erano più schiave al suo servizio, destinate a sollazzare le mollezze sue
o dei suoi improbi feudatari. E che quei due guerrieri dall’aria tanto mite, per come li descrive chi
li aveva scorti nella mischia, a corte, fra i pennacchi e le sottane, si erano involati, col bottino
d’inestimibile valore e con le fanciulle tanto uniche e rare.

Ma Carmelinda fu una regina tanto severa quanto pietosa, e convinse il regio consorte a non
inviare truppe per una caccia all’uomo. Lo persuase a concedere loro prima una tregua, e poi la
grazia. E così regnò con la stessa umanità caritatevole che venne fuori in quella rovinosa
occasione.




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Filippo Armaioli Magi La magia delle ragazze
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Ancora una visione della Città Doppia. Stavolta il sogno appariva più nitido, ed era più evidente
che era fatto sia ad occhi aperti, che, proseguendo, nel buio d’un sonno. In questo racconto nel
racconto, le immagini venivano proiettate dal cervello alla retina, il retro della palpebra fungendo
da schermo naturale e cieco. Lei, lei vi pareva guardare, giorno e notte, palazzi, strade, e persone
colte singolarmente o in gruppi che, se fossero state vocianti, non si poteva dirlo, non udendo. E,
duplicata, la città muta era una metropoli nuova e inerte, selva tecnologica aspra e selvaggia in cui
ci si smarriva, come in un antro ipertrofico dove una seconda vita, protetta da un’aura di magica
trasfigurazione, cresceva fecondata da un tessuto pseudo neuronale del ganglio della psiche di
questa giovane, che ospitava, dentro sé, se stessa e i suoi due mondi interamente, come se
contenesse tutto ciò sotto pelle. Godendo del privilegio demiurgico di vederlo continuare, il segno
ossessivo, persistente, ricercando vanamente il momento in cui esso nacque, perché quando fu forse
lei non era ancora in un’età della ragione. E lei che stava come in una calda bolla, che se fosse
scoppiata l’avrebbe cosparsa di un liquido amniotico bollente. Tutto intorno le linee degli spazi si
facevano da concavi convessi, in un’alchimia geometrica che rasentava uno psichedelico
vaneggiare della visione. Era come se corresse stando ferma. Era come se tutto si muovesse, che lei
stesse ferma o no. Era come se tutto d’un tratto ciò che esisteva e chi si accorgeva di esso si
trovassero catapultati in un miscelatore che distorceva ogni punto di riferimento, capovolgeva i
baricentri, allontanava i confini e avvicinava gli orizzonti in un caleidoscopico giro nel tunnel più
vorticoso che si potesse immaginare.




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Filippo Armaioli Magi La magia delle ragazze
Manuale brevissimo (e tutt’altro che esaustivo)

di scrittura creativa, ad uso di chi si fa legittime domande

su come si scriva una storia




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Filippo Armaioli Magi La magia delle ragazze
Lucilla glielo chiedeva così insistentemente, che lei dovette risponderle, per evitare che l’assillasse
ulteriormente.

- Come si scrive un romanzo? -
- Buono, che vinca premi? -
- Se vince, tanto di guadagnato. Io dico, una storia qualsiasi, come nasce? -
- Da una persona, con un cervello che le funzioni un minimo. Deve essere sognatrice, sì, ma
tutt’altro che distratta. Che sappia ciò che fa. -
- E poi? -
- E poi serve un’idea, una prima. Che succede, riassumendo, che cosa è la cosa che si
ricorderà, per rispondere alla domanda Di che parla? -
- Di che cosa parla la tua ? -
- Di un uomo, anzi non ancora uomo. Diciamo, vive anni che gli saranno importanti per
diventarlo. Parla dei suoi amici, e dei loro di amici, che lui non per forza conosce, o non
tanto a fondo, quanto gli altri. Succedono molte cose, finché alla fine le vicende si vanno a
concludere. -
- Bene, spero. -
- Leggi, e saprai. -
- Non me lo puoi dire? -
- Eh, no. Devi pazientare. Come gli altri! -

Lucilla però non era mica convinta, se lo avrebbe letto o meno, il libro. Sfogliare tutte quelle pagine
di un volume che non conteneva alcun capolavoro, magari, e finire col non ricordare presto più
niente, perché niente che non sia davvero importante rimane nella mente, che conterrebbe troppa
roba se la si affollasse con paccottiglie. Era come ogni giovane, pragmatica, non intendeva certo
perder tempo. In questo mondo, occorreva ottimizzare ogni sforzo verso le scelte migliori, per non
pentirsi del tempo perso vanamente più tardi, quando a conti fatti ci si rendeva conto che il tempo
che resta è assai meno di quel che si pensava, nella Folle Corsa, o che veniva percepito come un
niente, invecchiando, non potendo più godere delle grazie paradisiache della giovinezza perduta.

- Non mi pare che tu mi abbia risposto come si deve. -
- Invece sì. Ti ho detto tutto. -
- No. Mi hai detto della tua storia, ma non di una storia qualsiasi. Come si fa?. -
- Si crea. Si prende prima il nulla, lo si affronta e ci si dispiace di quanto sia vuoto. Quindi ci
si ribella, e lo si cerca sapientemente di riempire. -
- Non di qualsiasi cosa. -
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Filippo Armaioli Magi La magia delle ragazze
- No, infatti. Però l’incipit è il risultato di un processo standard, e anche molto del resto. E ciò
che fa da contorno e arricchisce, a venire dalla fantasia, e allora dipenderà molto da chi tu
sei, da quanto sei bravo ed esperto, a fare la differenza. -
- Ma all’inizio, che ci vuole? -
- Un uomo, o una donna. O più uomini, più donne, o più di entrambi. Persone, che però non
hanno una vera vita. Ma quella che si finge loro di dare. Sono i personaggi. -
- Come dei burattini? -
- Sì, ma sarebbe meglio dire come fantasmi. Li vedi dentro te che si affollano nella tua testa,
non proprio dentro il cranio, dentro una parte di te che comincia a fare un film. Lo scrittore è
come un regista, solo che il cast sono una sorta di figli partoriti dalla sua creatività. -
- E a questo punto? -
- Si decidono delle cose. Tipo, il luogo dove stanno. Città, campagna. Un luogo ristretto o
ampio. Il tempo in cui vivono: presente, passato, futuro. -
- Nel passato sarebbe un romanzo storico, e nel futuro fantascienza. -
- Brava, Lucilla! Visto, che ci arrivi? Però non è detto, magari una parte di esso si rivolge al
passato o al futuro, quindi si proietta in un’altra epoca. Quindi, non c’è affatto da definirlo in
alcun modo. Quindi, il protagonista compie un azione, o qualcuno fa qualcosa che lo
spingerà a reagire. -
- Attivo o passivo. -
- Così. Ogni azione porterà a una conseguenza. Buona o cattiva, la prima, e le altre. E anche i
personaggi, possono essere buoni o cattivi, ma al novanta per cento si da per scontato siano
buoni. -
- I cattivi, sono da sconfiggere! -
- Ma a volte vinceranno loro, bada bene. Nel romanzo, come nella vita. La lotta è aperta. -
- E poi?
- E poi gli altri personaggi faranno cose che non c’entrano niente con il primo episodio.
Potranno poi rivelarsi importanti, o essere delle parentesi, per descrivere il loro mondo, e
anche per allungare le pagine, che se fossero troppo poche farebbero del romanzo un
racconto. -
- E sarebbe male? -
- Per certi versi, sì. Dipende dallo scrittore cosa cerca di fare. -
- Dicevamo allora di tante pers...tanti personaggi che fanno cose, e uno è il capo di tutti. -
- Non è detto sia tanto importante, altri possono esserlo di più, e si capirà poi se sia uno
inferiore o superiore, o uguale. -

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Filippo Armaioli Magi La magia delle ragazze
- Fanno cose, e dopo? -
- E ognuno di loro fa un mestiere, o è disoccupato. Queste caratteristiche incidono anche su
alcuni episodi, su ciò che viene fatto. -

Lucilla pensò che doveva essere tutt’altro che facile, ben diverso da come pensava. Ad esempio, se
invece che in Italia fosse stato ambientato all’estero, i nomi sarebbero dovuti essere diversi, a
seconda del posto in cui si sarebbe ambientato; e poi, c’era anche l’eventualità che ci fossero dei
viaggi, quindi bisognava conoscere anche il luogo dove temporaneamente, si recavano, questi
omuncoli così pieni della loro vita strana, così infervorati ad agire.

- Alla fine le cose andranno bene, vero? -
- Di solito sì. -
- Perché? -
- Per premiare il lettore della noia di alcuni passi poco felici, credo. O anche perché la vita
vera è così piena anche di tristezze, e magari lui tiene in mano il libro per cercare di
dimenticarsene almeno un po’. Il lieto fine è il suo premio. E magari può anche non
soddisfarlo. Se è cinico, ad esempio, preferirebbe certo un esito tragico. –
- Sarebbe un lettore cattivo. -
- Forse, o solo ha le sue legittime pretese, dati i suoi gusti. -
- E uno come fa a saperli? -
- Non si può prevederli, né accontentare tutti. Ma all’inizio lo scrittore scrive per sé, non per i
suoi lettori. Soddisfa quella parte di sé che è stata un lettore, quindi dovrebbe conoscere
almeno se stesso, e sperare che anche gli altri abbiano simili aspettative al riguardo. -
- E’complicato. -
- Oh, puoi dirlo forte. Per questo spesso si getta la spugna. Magari si ha scritto trenta o
cinquanta pagine, ma un romanzo dovrebbe averne almeno cento. Ed è da stimare tanto più
quanto se ne supera, fermo restando che si scriva delle buone cose, e non delle fesserie. -
- Davvero difficile. -
- Sì e no. A volte si segue il “flusso di coscienza”. -

Così a Lucilla fu spiegato come si usasse il serbatoio dei propri pensieri per attingervi, perché da là
partiva e continuava tutto il gioco. Che c’era questo gran qualcosa, da immaginare come un ricco
archetipo pieno di idee, sogni, soluzioni. Un pozzo di belle illusioni che tratte fuori diventavano
meccanismi di un congegno che andava montato scrupolosamente, perché, senza cigolare, ruotasse
senza sosta e senza altro aiuto da parte del suo inventore. Se tutto fosse andato bene, il libro sarebbe
stato ricordato, se non per sempre, magari a lungo almeno, ben più di quanto si sperasse nel
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Filippo Armaioli Magi La magia delle ragazze
redigerlo. Una bella soddisfazione. Sarebbe potuto essere un best - seller, se vendeva molte copie. E
l’Autore, immortale, sarebbe sopravvissuto anche dopo la sua vita, senza fine, sugli scaffali di
librerie e biblioteche.

- Ricapitoliamo, - capitolò Lucilla, - si è arrivati a un buon punto, e si hanno degli strumenti
per avanzare. -
- Non sempre speditamente, solo se si è fortunati, se si padroneggia la lingua, se arrivano
presto le immagini giuste, le parole perfette, e se gli stratagemmi per collegare le parti, i
capitoli, ma anche i paragrafi, sono degne di una coerenza espressiva e tematica. Se c’è un
personaggio straniero, ad esempio, si potrebbe farlo parlare in italiano, oppure tradurre nella
sua lingua qualche emblematica frase. -
- Laborioso. Macchinoso. -
- Non è facile. Niente lo è, solo qualcosa ogni tanto, e sempre perché chi getta tante lenze,
pesca sempre prima o poi qualcosa. -
- E tu sei a metà della tua storia, vero? Sai come andrai avanti? -
- Un po’ ho un’idea di come arrivare alla fine, ma non so né come finirà, né come ripartire.
Devo rileggere la fine della prima parte, e così la seconda partirà da quell’episodio. Come
diretto seguito, o come logico, anche senza un nesso che non sia esclusivamente di
successione temporale. -
- In bocca al lupo, allora. -
- E “in culo alla balena” al lupo allora: con tutti quelli che gli spediscono in bocca con
augurio, si farà una bella indigestione! -

Lucilla ne rise. Perché immaginò il lupo con le persone dentro ad affollare il palato, e quelle che
sbucavano sopra i denti emergendo fuori, ma incapaci di lanciarsi fuor di labbra. E la balena con il
lupo infilato nel posteriore, con la coda del canide che gli sporgeva piumosa, mentre il poveretto
ancora vivo agitava le terga, per entrar dentro o per uscir fuori, ma per non star sospeso nell’ano del
cetaceo.

Era venuto il momento della seconda parte della storia.

Questo era fuori dubbio.




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Filippo Armaioli Magi La magia delle ragazze
SECONDA PARTE

“E salgo ancor più su”




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Filippo Armaioli Magi La magia delle ragazze
Come stella luminosa 2.0

(ossia fatti che si presume successero, ma non è accertato quanto siano realtà o fantasia).




Era un pomeriggio diverso dagli altri. Quegli amici si erano ritrovati per una missione importante
che andava al di là della loro normale vita quotidiana. Aldo, Verdiana, Clizia, Mimmo, e Rosario
erano un quintetto fuori dall’ordinario. Nessuno aveva mai visto una ragazza con delle gambe
lunghe due metri, eppure Lady Joy (Verdiana) pestò Qalibanus, L’Uomo Piovra, con degli arti
inferiori lunghi quanto una persona intera! Colse il polpo umanoide sul capoccione petaloso, e lo
fraccò di taccate sulla ghigna. Pum! Pam! Gliene dette tante da farlo frollare, pronto per una
zuppa di pesce. Capitan Magnus (Mimmo) gli dette il colpo di grazia, e poi si volse verso Peter
Monster, un bambino mutante che si era fatto spedire del cibo da Nagasaki e da Chernobyl, e non
lo aveva prima sottoposto a esami radiometrici. Era anche insecchito e la data di scadenza passata
da decine di anni, ma prese gli strani sapori per tipicità gastronomiche dei territori, la prova che si
trattassero di prelibatezze. Chi gliele inviò credette che finalmente lo avesse contattato non un
buongustaio, ma un addetto allo smaltimento, per cui si credette fossero cibi destinati allo
stoccaggio e alla cremazione, non al consumo alimentare!

Capitan Magnus caricò una grande energia tra le mani sotto forma di palla luminosa. Tenendo la
sfera galattica tra le dita, la sua rabbia si infuse dentro la bolla e la fece crescere di volume, e
d’intensità di forza. Quando fu al colmo del suo potere balistico, la espulse, dirigendola verso
quell’abominevole marmocchio. Che fu travolto dalla sua furia.

Revenge Woman (Clizia) era dotata di muscoli tali da parere piuttosto una donna fatta di roccia,
che altro. Il tipo giusto per porsi di fronte al Serpente Saetta, un’anaconda di cinquanta metri che
bastava si agitasse un poco per far crollare palazzi interi. Un colpo di coda del rettile smisurato, e
sarebbe finita all’altro capo del globo. Ma Revenge si fece ingoiare, sapendo che i denti non li
avrebbe usati per la masticazione. Quando le fu dentro, bastò che sguainasse L’Invincibile Daga,
forgiata anticamente dallo stesso fabbro dell’Excalibur, o dallo stesso Mago Merlino, e praticò un
foro larghissimo che la lacerò e uccise.

I Gemelli Everlasting (Rosario e Aldo) erano due fratelli che avevano acquisito i poteri dal cosmo,
e intendevano colpire con tutta la forza dell’Universo Tartarus, il selvaggio Uomo Squalo, che
poteva con le sue fauci renderli focomelici in men che un morso... Come potevano farcela a
sconfiggere un selacio alto cinque metri? Semplice. Uno gli andò davanti e l’altro dietro, e

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Filippo Armaioli Magi La magia delle ragazze
colpendo insieme lo fecero guaire, cinguettando come un gallo spennato che faccia chicchirichì
cuccurucù. Pam! Pom! Roba che nemmeno in Street Fighter o in Mortal Kombat si era visto, tutto
insieme!

E poi affrontarono una Legione di Diavoli Volanti e Demoni Vulcanici, tutti paurosissimi e con
zanne acuminate, dispiegate ali amplissime, e artigli affilati come cesoie limate dal più abile degli
arrotini. Per farli cadere, non bastava neppure essere potenti, ma bisognava metterci cuore e
anima, e tutto insieme, di modo che solo unendo corpo e spirito si potesse infliggere colpi che
andavano a segno, per farli cadere. Giunti al suolo, non c’era bisogno di calpestarli ancora: si
frantumavano all’istante, come se fossero fatti di fango. Dovevano venire direttamente
dall’Inferno! Non c’era altra spiegazione. Ma neppure questi nemici terribilissimi fecero abbassar
loro l’autostima, né li sfinirono come poteva anche avvenire. Erano troppo forti.

Quindi la Lega Assoluta dei Supereroi Supersonici si unì, busto gambe, braccia, e testa (Mimmo la
testa, che era il più basso), fusi in un solo Grande Uomo d’Acciaio! E così, trovando il propellente
non si sa da dove e come, si librarono in volo e speditamente si spedirono in cielo, verso la Luna,
che li guardava fiera, ammirandoli come eroi che avrebbero fatto la Storia.

E la loro storia sarebbe stata sceneggiata in un fumetto disegnato da veri esperti, dal tratto
inequivocabilmente riconoscibile come inchiostrato da maestri del genere. Da esso si sarebbe
tratto non un film, ma un’intera saga, campione di incassi, e i loro ruoli sarebbero stati recitati dai
divi più amati.

Se vi pare poco.




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Filippo Armaioli Magi La magia delle ragazze
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Micol crescendo non se l’era bevuta, la storia di un Super Aldo. su ciò che ricordava, non credeva
neppure a se stessa, preferendo costruire con mattoni nuovi la residenza concreta d’un futuro più
roseo e sereno. Pensare che si potessero compiere simili prodigi, umanamente, le parve così
innaturale, che rimosse tutti i ricordi che riguardavano il suo eroe. Per l’Italia erano tempi strani.
Tutto si riciclava, le ideologie malferme si erano già fuse, confuse, nel calderone antropico &
antropofago d’un caos che con moto ora centrifugo ora centripeto amalgamava vecchie e nuove
concezioni, private di un progresso non più incamminate a emigrare dalla cronaca alla storia.
Mettere il proprio passato nell’armadio dell’oblio, era solo un compromesso puerile che la giovane
donna attuava per mimetizzarsi normale tra normali, per adattarsi alla vita com’era, cioè come
appariva da stili nei comportamenti, pubblici e privati, rodate da caste di nuovi arrivati giunti dalla
giungla dei figli di pionieri senza scrupoli della rottamazione del passato recente. (Verso un futuro
prossimo voluto già proiettato in uno remoto, verso un domani che restaurasse l’antichità, riveduta
come novità, senza correzioni). Micol, a telefono con l’amica di turno, commentava esagitata i
programmi visti in Tv. Questi i nuovi eroi d’una generazione priva di riferimenti: uomini e donne
che cercavano un partner nel salotto d’un canale, giovani cantanti che reinterpretavano brani
indimenticati, non sempre all’altezza, ma pronti a apparire intonati e ben coreografati...Isole Di
Famosi in cui si minacciava di anoressizzare pasciuti Vip salvo poi sfamarli per non ledere diritti
umani inalienabili, così come lo show della degustazione di diete mediterranee riviste in chiave
forestiera, con l’aggiunta di noci di cocco e frutti di mare provvidenzialmente elargiti agli
affamati...Casi di cronaca tristissimi e crudelmente riproposti sul primo e sul quinto canale,
selvaggiamente, facendo rimpiangere i gai Caroselli, Portobelli & Bimbumbam...Grandi Fratelli
con concorrenti tanto spregiudicati da parere piuttosto pregiudicati che giudicati...Tutta una Tv
spazzatura, vile, da ecoterrorismo catodico, vincente tramite dosi video - anabolizzanti di share, per
un’audience dalle stalle alle stelle...Per non dire anche delle campagne elettorali estenuanti, che
duravano tutto l’anno, con un’invasione disarmante, volte a difendere privilegi di casta, istituzioni
avulse dalla cittadinanza, o percepite tali, e un incondizionato amor di patria. Era troppo, ma Micol
non faceva zapping. Si fissava su questo o quel Vip favorito, prediligendo trasmissioni che
ottenebravano l’intelligenza, con stimoli vacui e contorti.

C’erano soubrettes che per diventare showgirls se la intendevano con attori calciatori
produttori...vecchie sagome che avevan fatto il loro tempo, incanutiti, ma che si rimettevano in
gioco, stancamente, al fine di procrastinare a tempo indeterminato la definitiva uscita di scena,
scongiurando il rimpiazzo d’una nostalgia...una generazione d’una miriade di volti nuovi, che non

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sapevano fare niente, se non sperare che ci si fidasse, che o fossero in gamba, ma in pausa per
mostrarlo, o che nessuno se ne accorgesse nascondendo tutto dietro un sorriso ciclostilato e a mille
denti...

Com’era possibile che Micol si piegasse a interessarsi di certe finzioni mediatiche, che da tempo gli
intellettuali avevano relegato etichettandole quali nullità da lobotomizzati? Semplice. La ragazza
voleva essere moderna, come le altre. Stava attaccata allo smartphone, come un assistente al pilota
nella Formula Uno era sintonizzato al walkie-talkie, e scambiava messaggi talmente ridicoli da non
esser più visti come tali, divenuti neologistici neolinguaggi, già universali e presto da aggiornare o
sostituire con altri analoghi; ne riceveva, ne spediva, di continuo. Una sera, rincasando da un happy
hour, in discoteca, vide una scena che un poco l’atterrì, e un po’l’attrasse. Si tenne al riparo
vedendo da dietro un muro, facendo capolino temerariamente, rischiando d’essere scorta a sua
volta.

Vide Super Aldo fronteggiare Zefiro.

Quindi Aldo conciato come Superman, ma non fico quanto Batman, esisteva, non era un miraggio
del suo passato, un ologramma della sua favolistica tendenza a fantasticare, da romantica
sognatrice. Era davanti a lei con la sua solita tuta a losanghe rosse e arancio, e ne aveva un’altra, blu
e verde, ma la usava solo in rari casi, tipo quando, imbattuto, affrontava Hagnus L’Uomo Pecora,
Zandor l’Istrice Mannaro, o Wild Porky la donna Cinghiale, così quando lo avessero visto
nell’ordinaria tenuta diversamente cromatica non l’avrebbero riconosciuto e attaccato impetrando
una rivincita. Non è che fosse sempre tutto rose e fiori: Hagnus gli masticò un calcagno, e certo
avrebbe preferito cadere di schiena su Wild Porky, una porca matrona pelosa che una volta lo
addentò ai glutei, che non su Zandor, sui cui aculei puntuti come spine di cactus si ferì, in una coatta
seduta d’esagerata agopuntura...Incidenti del mestiere...

Ma chi era, Zefiro?

In due parole, anzi quattro, L’Incarnazione Del Male. Nella sua folgorante carriera criminale aveva
rapito, torturato, estorto e saccheggiato & peggio assai. Si era arricchito con lo schema Ponzi. Lo
chiamavano il Demonio di Greenwich, perché impazzava in tutte le latitudini e longitudini del
globo, e un altro soprannome tenebroso era l’Orco di Camogli (e non perche divorasse focaccine
con cotto e emmenthal, ma perché in quei lidi liguri ne aveva combinate di cotte e di crude). A
vederlo, era un pischello rachitico, calvo, con un pizzetto acconciato in stile rasta fari su cui
attaccava piccole teste mummificate, le zanza, macabri micro - monili a guisa di trofei. Sul petto,
uno tsantsa con testa di suino impiccata, era un fanatico omaggio al Signore delle Mosche di
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Golding, o il contrassegno che lo legava all’affiliazione di un losco clan malavitoso. Soffriva di
nervi, e un occhio era preda costante di un nistagmo. Fu atterrato da Aldo in uno knock out, che non
lasciava tregua, seguito a colpi a ripetizione. Che centrarono Zefiro al petto, allo stomaco e lo
sconfissero, lasciandolo a terra tramortito e peggio che malconcio...

Fu allora che sfrecciò una limousine, splendente di un nero lucido, con la marmitta truccata che
pareva un reattore turbo. Spuntò dalla selva d’auto del vicino parcheggio del centro commerciale.
Ne uscì uno scagnozzo munito di auricolare e fucile a pompa. Dopo di lui, si aprirono le altre
portiere, e schizzarono quattro ninja, con un velo viola avvolto come un turbante. Sul petto,
l’inequivocabile grugno di porco inforcato: erano i suoi indegni compari...Quattro contro uno,
pestarono Aldo a calci, pungi e per dargli il benservito calzarono dei tirapugni per infliggere
maggior pena. E ci riuscirono, perché, quando l’abbandonarono, pareva Wolverine degli X Men
ridotto in fin di vita, con le protesi da impiantare...Per chi lo avevano preso, per Kick - Ass? Non
doveva stupire, perché quei ninja parevano davvero uscire da un cartoon o da un fumetto!

Un brufoloso fichetto sfigato spuntò a suggellare quella disfatta, verniciando un motto lapidario:

...GENERATRICE DI BASTARDI, LA NOTTE E’IMPURA!...

e il suo autoritratto, colto nell’atto di orinare, che doveva implicitamente far riferimento a fatti
accaduti, quando si liberò la vescica contro quegli stessi muri. Sposò una esperta in cake - design, e
non fu mai individuato.




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La sua cartella clinica non guardava al fatto che fosse coraggioso e generoso lo spericolato ragazzo,
ma che nell’affrontare gli pseudo nipponici figuri si fosse leso quasi ogni osso, contuso ogni brano
di muscolo fino a compromettere gli organi interni sottostanti le porzioni di derma colpite, strappata
ogni cartilagine, maciullato ogni centimetro del suo metro e settanta di corpo martoriato. Insomma,
quanto a salute, non se la passava bene...

Gigliola Aurìa, infermiera, a sedici anni era rimasta incinta di un presunto pizzaiolo. Che invece,
seppe poi, se li mangiava, quei cerchi golosi e lievitati di gustosissimo pane partenopeo, coniugato
armoniosamente con sugo, mozzarella & basilico, mica li sapeva farli posare, roteare e guarnire,
come aveva dato a intendere. Non era all’altezza di quella fonte genuina di carboidrati Patrimonio
dell’Umanità. Né, conseguentemente, d’esser padre o marito. Era un video ludico, dipendeva da
tutti i giochi, dall’abaco alla zingarata. Dovette lavorare da Operatrice Socio Sanitaria prima di
crescere professionalmente e anche se ne aveva visti di ferite e di salme, mai si commosse quanto
vedere questo tipo conciato come un animale schiacciato da ruote d’auto. Era ridotto da far pietà, e
la faceva: tanto che lei pianse, al vederlo. Il sangue era tanto copioso da intridere quel lenzuolo
come una laica sindone, il cui esame al radiocarbonio avrebbe dato quale esito il tempo presente,
l’ora e adesso d’un momento di merda. Ci mancava soltanto che gli scoprissero il varicocele, o gli
spermatozoi pigri e il quadro (clinico) sarebbe stato completo. Passarono dei colleghi, e Gigliola si
asciugò le lacrime alla manica del camice (suo, non loro...) Li sentì parlare.

- Dovremo alimentarlo per via endovenosa. Ma abbiamo notato un fatto strano. -
- Che mai può essere? -
- Le vene sono ostruite come avesse il colesterolo d’un assaggiatore stacanovista di uova! Ma
i dati in merito sono nella norma. -
- Non sballati? -
- E c’è di più. I globuli bianchi e quelli rossi sono quantitativamente irregolari. Disumani. -
- Chi ha fatto gli esami, sarà un decerebrato! -
- Allora parli con uno zombie, e hai davanti a te uno col cranio vuoto... -




Dovevano parlare di lui. Lei prese di sua iniziativa il paziente moribondo. Quindi lo lavò, gli
cambiò le lenzuola, e gli fece degli impacchi per arginargli l’emorragia, disinfettando e cicatrizzarlo
al meglio. Quindi lo nutrì. Flebo appositamente studiate. Vitamine, proteine, glucidi & Sali
minerali. Dieta bilanciata propinata per gradi, prima solo con liquidi, quindi, quando lo vide reagire
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Filippo Armaioli Magi La magia delle ragazze
muovendo la bocca e aprendo gli occhi, con frullati e pappette. Parendogli magro, decise di
alimentarlo in modo ipercalorico.

Si ristabilì. L’infermiera si era improvvisata medico curando in modo insolito, ma riuscendo
nell’intento. L’aspetto e le ferite apparivano migliori. Certo, non era guarito. Ma prima che potesse
rivolgere la parola alla sua salvatrice e ringraziarla, ce ne volle. (Sognò, dormendo spesso. Ma non
ricordò mai che cosa).

Aldo doveva esser dimesso, ma si liberò degli aghi e si alzò senza il parere del primario. Come
Gigliola, fece di testa sua. Si accertò che non vi fossero medici e inservienti, e fuggì, ma senza
correre: avrebbe destato sospetti. Seminudo, contò che lo prendessero per un incontinente in cerca
del W.C. Quindi, rubò i vestiti a uno in stadio terminale appena davvero terminato. Fuori, vita vera.
Nuova. Ancora. Camminando, si accorse che muoversi gli faceva male. Alzatosi, non si reggeva
molto in piedi. Faceva progressi. Quindi, ricordò. Il tizio dall’aria da cannibale che lo aveva fatto
stringere nella morsa di quell’imboscata, dopo essersi defilato dalle “simpatiche canaglie” che lo
avevano ridotto in quella maniera, tutte uguali, ciniche, letali. Che bastardi Figli Della Notte.

Preferì allenarsi, per riprendere il tono muscolare. Intendeva tornar presto a dare il suo aiuto, ma per
farlo doveva tornare in forma. Quando riuscì a stendere, nell’ordine, Johnny Mako, Jimmy Tobacco
e Jerry “The Bullet” Falcetti, tre gangster, stando coi piedi sullo stomaco del loro Padrino, da
impedirgli di fare delle offerte che non si potevano rifiutare, capì che era tornato quello di prima.
Solo, preferiva affrontare i ceffi Metà Uomo Metà Animale. Ma da allora in poi si sarebbe dedicato
di più alla difesa del prossimo, e meno a scegliere contro chi combattere. Per troppo tempo la sua
sfida contro la nera rete del crimine era stato un fatto personale. Un capriccio. Ma lui era debitore
per un dono che nessun altro possedeva e l’istinto altruistico era un’altra ricompensa dopo l’atomico
incidente chimico. Doveva rimediare ad anni di egoistico credersi al di sopra di chiunque. Troppa
autostima lo aveva alienato. Ma la società, che era sempre stata la sua e che, con nuovi mezzi e
potenzialità, aveva giurato a sé di proteggere e servire, esigeva un tributo maggiore. Più serietà,
dedizione, attenzione. Altrimenti i malvagi avrebbero presentito il suo arrivo, calcolata la sua
distanza, e sarebbero arrivati a controllarlo. Lui studiava male come fare bene. loro studiavano bene
come fare del male. Uno a zero per i cattivi, ma non poteva permetterlo.




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Filippo Armaioli Magi La magia delle ragazze
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Verdiana andò presso il Lago dei Salici, che era una piscina costruita accanto a una villa.
Apparteneva a Furio Fausto Jacobazzi, un magnate che si era arricchito con le speculazioni. Aveva
preso prestiti dalle finanziarie compilando moduli che attestavano l’assunzione di un tot di
dipendenti, per ognuno dei quali percepiva un certo bel gruzzolo, da cedere loro quale paga, salvo
poi tenersele per sé. E sayonara. Bastando per comprarsi un falso documento e per espatriare, rifece
lo stesso gioco in più nazioni. Per mostrare amor patrio, restituì quanto dovuto al primo ente
creditizio che gli erogò denaro, con gli interessi dovuti. In Italia risultava onestamente in regola.
All’estero, era ricercato per truffa. Una delle sue amanti lo costrinse a seguirla nel suo Paese, e per
amore o per forza l’assecondò, lasciando la casa al degrado. Prima, i randagi alzarono le zampe ed
orinarono sui muri. Quindi, fu abitata da nomadi, latitanti, e adepti di ogni setta, tra cui una
congrega xenofoba stile Ku Klux Klan che graffitò svariati messaggi, licenziosi, ermetici e razzisti.
Lasciata sfitta anche dalla marmaglia di diseredati, Villa Jacobazzi fu usata come ripostiglio per
cacciagione, macellata a seguito di frodi venatorie, e ridistribuita agli “aventi diritto”, a ciascuno la
sua preda, dal piccolo tordo al grande stambecco. Come prima casa per coppia di minori fuggiti di
casa per convivere, fosse pure a cielo aperto. Scovati dai quattro genitori, e riportati nell’alveo
familiare, lasciando la dimora a uno sceicco, Omar Idris Azullah, che intendeva ricavarci un folto
harem per le sue erotiche necessità di uomo esigente. Quando ne fu cacciato, si videro pulzelle
discinte sgattaiolarvi, e fanciulle meno vestite ancora squittire e scattare come animali braccati!
mancava solo il viscido primo proprietario, a completare il folcloristico quadretto. Quindi Verdiana
capitò e vide che la piscina era stata distrutta, ma le piogge l’avevano riempita, e se gli alberi vicini
erano larici e non salici, la precisazione non cambiò la toponomastica. Fu per tutti il Lago dei Salici.
Per potervisi insediare, la ragazza dovette aspettare che sloggiassero due tizi. Uno, obeso, vestiva
come un bisnonno, e gli bastava solo il bastone, a camuffarlo in modo più ottocentesco. L’altro, era
vestito come un giocatore di basket, ma portava anche una giacca di pelle d’orso e una pesante
collana d’oro, che somigliava a un catenaccio. Il lucchetto però lo teneva al naso, sotto forma di
piercing nodoso. L’Antidiluviano e il Tamarro. Filosofavano a voce alta, come se il mondo dovesse
stare ad ascoltarli:

- Perché in Italia siamo arrivati a un punto in cui non si può uscir di casa? Per quelli che
vengono qui alla villa. tutti fuori lo si dovrebbe mandare via. Ma subito, appena arrivano. -
- Ma sì, ma no, non so... -
- Non ti pare che si esageri con questo aprir le porte a chiunque? -
- Ma può darsi, sì, però, anche no... -

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Se uno aveva una sua chiara visione delle cose, l’altro era incerto e incapace di propendere per
un’opinione salda e convinta. Quando Verdiana notò Culo Grosso e Culo Secco andarsene, entrò
nella villa, scansò due topi grossi come conigli, detti in gergo tosco - volgare Talponi, grosse talpe,
ci mancò poco calpestasse una pozza di vomito, che era un gelato bigusto fragola e limone, misto a
succhi gastrici e contributi stomachevoli del riflusso gastro - esofageo del rigettante. L’aria era in
compenso molto buona, con la primavera che entrava dalle finestre coi suoi aromi ed olezzi.

Non credette ai suoi occhi quando la vide nella piscina. Le si avvicinò nientemeno che una fiabesca
Sirena. Fece qualche bracciata virando a un lato, ma quando la vide, si diresse verso lei, che non
credeva a ciò che vedeva. Ma le sirene non potevano indossare credibilmente occhiali da sole.
Questa invece li prese da un astuccio, che teneva a bordo piscina, accanto a una rivista glamour ed
altri effetti personali, e li inforcò, più per darsi uno stile che per i raggi sopra di lei, che erano poco
intensi, e non giustificavano alcuna protezione. Era Bat. Tornata da lontano. Cercava loro, o una
seconda vacanza?

- Ciao. -
- Ah,sei tu? -
- Che ci fai? -
- Non lo so nemmeno io. Ero tornata a Tel Aviv, ma la noia m’ha soffocata. -
- E ti sei ricordata di noi. -
- Del posto, sì. E di voi, certo. Tutto è come sempre? -
- Più o meno. -

Carte scoperte. Ma niente nuove confidenze. La coda non si notò, ma dopo averle sorriso, con una
lieve piega delicata delle labbra, come un pesce filò via, spruzzando con scroscio. Verdiana tornò
alla casa, e, alzandosi le maniche e sgobbando, nettò e sistemò gli arredi, sperando che così facendo
l’amica decidesse di restare. Ma era in procinto di rimpatriare ancora. (Così fu il prossimo intruso a
beneficiare di tanta insperata igiene).




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Aldo si era ristabilito, era guarito, ma qualcosa in lui non era più lo stesso, come se lo shock fosse
stato ben più forte di quanto potesse sopportare. Più che traumatizzato , era scosso, e pensava
seriamente di smettere con la sua propedeutica attività di supporto alla serenità dei normali. Le
forze si erano ricostituite, fisico e mente sinergicamente dialogavano all’unisono. Ma un certo
difetto di connessione, un’incertezza, bloccava il suo ardire. Per la prima volta, la coscienza si
presentava a lui a rendere conto del suo peso decisionale nelle scelte risolutive. Bussò nella sua
testa e chiese e ottenne ragione. Troppi i pericoli affrontati. L’ultimo nemico, il Ragazzo Pipistrello,
fanatico omologo di Batman, con tanto di Ferrari Batmobile, e di reggia con bunker come covo e
BatCaverna, gli carpì il segreto della sua identità, un passo falso che non poteva permettersi, per cui
gli toccò patteggiare. La sua discrezione in cambio della tuta blu e verde. Poteva rinunciarvi, ma per
non esserne costretto ne ordinò una identica al sarto. Gli costò, ma meno della sua integrità di uomo
dalla doppia vita.

Micol invece stava degenerando. Oltre a voler essere sempre più fashion, aveva iniziato a vendere
dei suoi scatti. Quindi a girare dei video, sempre per farsi pagare, la mercenaria. E tra chat & cam, il
passo dal softcore all’hardcore invase gli hardware di molti pervertiti. Che dapprima cancellarono
le cronologie dei siti Web visitati, quindi archiviarono cartelle piene di files zozzi in spazi segreti.
All’inizio, le sordide clientele le fruttavano cifre interessanti, senza spingersi oltre e vedendosi
accreditati periodici introiti a più zeri. Quindi, quelli a vendere e ottenere, lei a chiedere e
pazientare, e nisba. Si rivolse a un avvocato, che non la molestò solo perché era orgogliosamente
gay. Le fu consigliato di cambiar mestiere, e di felicitarsi del fatto che le somme non rese erano la
minor parte del tutto. Arrabbiata, ma rassegnata, seguì il saggio consiglio. Nel giro di meno di un
mese, di Solange Mirage nessuno si ricordò più, e Micol tornò a essere solo se stessa. Una giovane
sola e confusa.




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L’estate arrivò, e il solito caldo che perdurò anche nell’autunno, così come il freddo dell’inverno si
sarebbe prolungato fino a non dar segni di riscaldamento neppure con l’arrivo della nuova
primavera. L’estate di quell’anno però il Gruppo la ricordò bene, perché fu incredibile. Erano andati
al cinema Clizia, Mimmo e Verdiana. Ma mentre quest’ultima tornò a casa salutando gli altri, Clizia
e Mimmo entrarono in un vicolo, dove era passato quel farabutto di Evaristo Carnaro. Doveva
smaltire delle scorie, ma se le avesse portato dove doveva, avrebbe dovuto sborsare, così le lasciò
in giro, dove capitava. Clizia e Mimmo non divennero super come Aldo, però, nel venirne
sfortunatamente a contatto. A Clizia si gonfiarono gli occhi, che apparirono gialli e verdi. Le faceva
molto male la testa, e si addormentava di colpo, senza svegliarsi neppure se batteva forte cadendo a
terra come un peso morto. A Mimmo prese un dolore alle gambe, tanto intenso che dovette sedere
sulla sedia a rotelle. Quando Clizia s’assopiva, Verdiana la prendeva e stesa la poneva sulle
ginocchia di Mimmo, che ciclo - munito poteva fungere da trasportatore. Le avevano messo una
benda agli occhi, più per non vederla in quella foggia, così somigliante a un alieno, che per curarla.
Gad, il ragazzo di Bat, che era medico, in videoconferenza volle vedere gli occhi di lei e le gambe
di lui. Capì qualcosa, ma non se la sentiva di attivarsi nel crowdfunding per comprare e spedire dei
medicinali rari. Calcolò che passato qualche mese, avrebbe potuto acquistarli con lo stipendio. Ma
per spedirli, al massimo poteva mandarli ad Alessandria, dal cugino. Tanto fecero, che
contrattarono un luogo più vicino, Malta. Se Scilla e Cariddi non fossero emerse a fagocitarli, dagli
abissi del Mediterraneo, si può fare, pensò Verdiana. Fu stancante il viaggio, e rallentato
dall’handicap di Mimmo. Ma quando i farmaci fecero effetto, rivedere Clizia tornare umana e
mimmo in piedi come prima, ripagò ampiamente dei disagi.

Super Aldo invece dovette affrontare di nuovo i ninja di Zefiro. Li menò, calci e pugni, all’interno
di un supermarket, in orario d’apertura. Doveva scansare i clienti, vocianti e urlanti, quanto più
poteva, per non far altre vittime oltre agli incappucciati. Ma non poté scansarli tutti. Una giovinetta
conciata da hippy, forse figlia di chi lo era stato davvero, in particolare, volò per dieci metri finendo
sul bancone del macellaio, dove pianse non per timore d’essere affettata, ma, vegetariana, per aver
visto poveri busti di porcelli sventrati, sviscerati e uncinati al soffitto, pronti a esser salati e pepati, e
polli decollati, agnelli disossati, vacche mutilate. Di fronte a fette di carne equina, sotto alla
mensola delle uova di quaglia, sparse lacrime a dirotto.



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Un’altra vecchina volò per cinque metri e la testa le finì dentro una torta con crema pasticcera, e
mai matriarcale nome di squisito dolce fu tanto appropriato. Era una “torta della nonna”.

Quanto ai ninja, si sparsero dappertutto finendo col mento o con la schiena contro lo scaffale di
fronte. Quel che c’era, divelto, si sparpagliò tutt’intorno, con gran fracasso e disordine. Molti
clienti, già spaventati uscirono fuori continuando ancora a gridare. Aldo, prima ingrossato come un
dopato anabolizzato, si sgonfiava dopo ogni azione e tornava a essere come era stato sempre.
L’unico segno indelebile risiedeva nell’iride. Prima aveva gli occhi marroni: da quel giorno
divennero verdi. Quando si arrabbiava molto, ovvio, si facevano vermigli, e non perché iniettati di
rosso.

Era troppo quello che gli avevano fatto l’ultima volta, e dovevano pagare per ciò che avevano fatto.
Portatili fuori, strisciandoli a terra, acculattandoli ad uno a uno, tolti i copricapi, li rapò, come ne
prendesse lo scalpo. Fu una cocente, ma blanda umiliazione. Sulle crape pelate, il sole picchiò,
bollendo. L’estate dette così prova d’essere arrivata davvero.




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- Chiuditi la patta. -
- Scusi, signore. -
- Tieni sempre la “bottega” aperta, anche quando i negozi sono chiusi? -
- Sarà il bottone allentato. -
- Sarebbe. -
- Sarà. -
- Sarebbe. Ha la cerniera, idiota. -

All’imbarcadero, questo aulico dialogare prosaico veniva pronunciato dal Capo e da Katsuhiro
Kendo. Un giapponese che non sapeva mettersi un pantalone senza mostrare gli slip. Il Capo lo
congedò, e chiamò suo zio.

- Vede, io non lo posso prendere con me. Sì, lo so quanto sia secolare la vostra
Organizzazione, - intendendo, la Yakuza, - e quanto conti. Ma non è adatto! E pensare
che in Birmania, oltre ad indossarli, sanno persino tenerci attaccato un remo, e roteando il
piede fanno avanzare barche così strette, che basterebbe pochissimo a cadere in acqua! Non
è degno di ciò che ho messo in piedi, con fatica. Sì, posso fare qualcosa, certo. Non si alteri.
Vediamo. Posso dargli un altro ruolo, per niente umile, adatto alla rispettabilità della vostra
famiglia, che rispetto. Diciamo, sarà sempre un subalterno. Diciamo che mi servirà come
segretario, ma dovrà saper essere tuttofare. -

Fu una forma di compromesso, cui non fu aggiunta alcuna alternativa. O quello o niente. E non lo
disse, ma pensò Non so cosa sappia o possa fare, e le tante cose in cui certo sarà negato, uno che
non sa neppure vestirsi come conviene. Lanciare le shuriken, era fuori discussione. Avrebbe lasciato
il nemico scappare, e avrebbe infilzato un compare, senza accorgersi d’averlo di fronte. Perché si
riscattasse, doveva dimostrare coraggio e sangue freddo.

La seconda occasione consisté nel fare il sicario.




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Così Katsuhiro pose fine, freddamente, alla vita di Woyzech, uno di cui nessuno si sarebbe accorto
dell’assenza tra i vivi. Afferrò una stella puntuta al centro, calzando attillati guanti di cuoio nero.
Avvicinatosi a lui con passo felpato, come uno spettro, pensava di sfruttare il silenzio, poi scelse
invece di distrarlo, chiedendogli l’ora, per farlo voltare a mirare l’orologio. Scelse la gola, per
evitare che reagisse bersagliandolo con un pugno difensivo, quindi rinunciò a cercare di affondare
la lama nel cuore o nei polmoni. La carotide fu risparmiata, ma l’incisione comunque non gli lasciò
scampo.

Sulla lapide ne avrebbero scritto il nome, la data del decesso, senza giorno e anno di nascita, senza
cognome, e senza il luogo che gli dette i natali. Davvero nessuno ne sapeva.

Evidentemente migliorare la sua vita valeva più della fine di quella di un altro.

E Katsuhiro ottenne dal Capo d’essere accettato come ninja.




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Aldo non poté più dire che andava tutto bene a scuola. Non poteva più mentire. Aprì un’azienda che
univa industria alimentare e ristorazione in un solo stabile. E non solo. I campi attorno fornivano la
frutta, gli ortaggi, i vini, le spezie, dal grano pasta e pane, ed in parte erano adibiti al pascolo di
buoi, maiali e pecore, quindi da là traeva latte, latticini e carne, dal pollaio polli e uova. Ogni scarto
veniva riciclato come concime. Ogni dispendio energetico calcolato come costo, ma solo per
rendicontare meticolosamente gli utili. Era una macchina eccellente per fornire cibo a bassissimo
prezzo, e quindi piatti da servire con la migliore offerta. Persino il pesce era pescato nel fiume
vicino! Era in una pausa di riflessione. Quindi vendette tutto a Rosario, quando la sua passione e
missione di servire il prossimo divenne, oltre che la sua prerogativa, il suo unico impegno.

Rosario non seppe tenere all’attività, c’era entrato senza passione. Così non si mosse quando i
maiali non ottennero la pallina per il gioco, come da direttiva europea, quando le anatre furono
ingozzate con la cannula per ingrassare il fois gras, quando le galline furono ingabbiate senza spazi
sufficienti per divincolarsi dalla stretta della morsa di ferro. Non è che non sapesse che succedesse,
è che aveva lasciato in parte la gestione a Evaristo. Quello, proprio. Glielo aveva raccomandato
chissà chi, certo un pezzo grosso. In mano sua, l’animale era un oggetto. Solo che era anche un
soggetto, che soffriva, e qualche domanda era da farsi. Il letame sparso nei campi finiva su verdure
poi poco lavate, la frutta veniva spedita accompagnata orridamente con ragni e bachi sulla buccia, la
rotazione delle colture non era rispettata da decenni. Ci mancavano solo la desertificazione e la
carestia, e sarebbe stato il colmo. Una pianta di pomodoro contaminata da un barile di Carnari,
divenne quasi simile alla vorace pianta carnivora della Piccola Bottega degli Orrori, con le
botaniche valva aperte a mo’ di fauci, anche senza famelici pistilli.

Il processo a Carnari fu fatto per direttissima; bastò che si collegasse la radiazione all’incidente di
Mimmo e Clizia, denunciato dai rispettivi genitori, che fecero in tempo ad accorgersene ed
allarmarsene poco prima della loro guarigione. Mentre Aldo non collegò mai la sua mutazione al
contatto velenoso. Fu condannato a molti anni di detenzione: risultò che fosse anche stalker
recidivo, e cacciatore di frodo. Faceva parte di una fetta del Paese che si faceva allettare dalla
criminalità, fino a considerare normale violare ogni legge che non gli portasse facili profitti. E che
contava sul fatto che si era distratti per presumere di non essere scoperto, volte le energie a dar la
caccia a “pesci più grossi”. Ma la catena alimentare della giurisprudenza ha una fame di giustizia,
fame chimica fame arretrata, che lui aveva sottovalutato. Con lui in prigione, la società tirava un

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sospiro di sollievo, liberata dall’errore, benché purtroppo per un milionesimo dei suoi problemi.
Rosario ebbe solo piccole grane, finché fu accertato che fosse stato incauto, ma innocente.

Verdiana e Clizia rimisero in piedi fabbrica e campi: il letame era cacca, buona a star sotto, non
sopra, gli insetti eran forse proteici, ma non includibili nei frutti, e si videro bene dal piantare le
stesse piante negli stessi ettari per troppi anni. Con queste accortezze, le ragazze riuscirono a
rendere lussureggiante quelle distese di frumenti, pomi e virgulti. La natura, verdeggiando,
restituiva ciò che aveva da dare a quelle mani amorevoli, ed esse rivendevano a prezzo equo. E ciò
che entrava nelle casse, lo rinvestivano in colture idroponiche, verticali e orizzontali, ottenendo
ottimi funghi e primizie.




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Venne come dalla spuma del mare, bella leggiadra, atletica come una modella tonicizzata dalle
svariate passerelle e con un broncio che le arricciava un bel visino da principessa maori. Ed aveva
disegnato sul cranio, rasato solo in quel punto, la mappa di un’isola, forse la sua. Camminava quasi
correndo in quell’ultimo tratto di mare, a un passo dalla battigia, spiaggiando i piedi come fossero
due timidi delfini colti in fallo. Ma non aveva l’aria da essere disorientata. Anzi era così fin troppo
padrona di sé e delle sue emozioni, da parere nelle espressioni del volto come già matura. Quando
Verdiana la vide, non è che se ne impaurì, ma ne fu certo impressionata. Non le andò incontro, ed
aspettò fosse lei a interpellarla.

- Ciao, - disse nella sua lingua. L’altra non la capì.

Dopo altre frasi incomprese, alla straniera toccò disegnare, ma lo fece in tre dimensioni: costruì
modelli in sabbia bagnata, ma non sapeva come esprimere i verbi,così pur essendo ben fatti i
pupazzi non comunicavano altro se non la sua perizia come scultrice. Capì di aver fallito, e fece un
viso da rassegnato contegno.

- Il mare allora non mi è amico, ma orco. - disse inutilmente - e allora lo spirito di Maui
farabutto che fu abortito mi avvicini agli Oromatua, e mi allontani dai Tupaupau! -

Fu così che il Gruppo si trovò a condividere quella giornata alla stazione balneare con una persona
davvero insolita, e sì che ne avevano conosciute di bizzarre oltremisura. L’accolsero come una
nuova amica, ma quel suo silenzio, e quella sua distanza nell’impossibilità di capirli ascoltando, che
la faceva sostanzialmente sorda, fu un muro invalicabile tra lei e loro. Verdiana non salì sulla tavola
da surf, perché temeva il mare, con quel suo rombo persistente, le sferzate d’acqua salata continue e
potenti, quella distanza dell’orizzonte così lontana da farlo parere mostruosamente infinito. Solo il
sole rasserenava, infondendo energia ai muscoli come fosse un cibo ricco di nutrimento. E spingeva
a non vedere che positivamente ciò che era davanti a sé, incoraggiando a non aver paura della vita.
A Verdiana dispiacque non essere sopra quel grande manto azzurro, a fianco agli altri. Davvero
molto. Ma il timore era tale da affogarle il cuore. Così stette a terra, e dal suo telo distesa,
puntellando i gomiti per tener dritto il busto, il capo volto verso loro, cercando di distinguerli tra le
sagome dei bagnanti, e li scovò, dopo aver aguzzato gli occhi e aver intravisto alcuni caratteri
somatici e fisiognomici che poteva ben attribuire ai compagni di tanti anni di avventure. Certo la
distanza li rimpiccioliva, e li faceva diversi, ma bastava sforzarsi un poco e lasciar fare all’intuito
della propria mente selettiva. Quando li vide, fu tentata di salutarli, ma poi desistette, capendo che

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non l’avrebbero riconosciuta. Vide che tutti se la cavavano, e che c’era chi tentava qualche
manovra, come Rosario, che era tornato tra loro, e che muoveva a destra e a sinistra i piedi come se
stesse passando le pattine nel dare la cera al pavimento, tentando evidentemente una virata. Mimmo
era rimasto anche lui a terra, ma era a un bar, a guardare la partita di un ragazzino a un vecchio
videogioco che ancora accettava monete per le partite, e gli dava qualche consiglio, ogni tanto, da
esperto, per permettergli di passare gli schemi e finirlo. Clizia invece stava seduta e muoveva i piedi
come una bambina che stesse dentro una ciambella gonfiabile, per tornare a riva. Tutto era
piacevolmente bello. E tutto filò liscio. Tranne quando il tempo cambiò, s’alzò un vento forte e
improvviso e il mare si mosse, furioso. La mareggiata impetuosa alimentata dalla burrasca fece
scontrare le tavole coi loro passeggeri con un acqua ancora più gelida e come tagliente. Verdiana lo
vedeva che a essere agitato oltre che il mare erano anche loro, e da semisdraiata che era si eresse e
si alzò in piedi, come l’amante di un marinaio alla vista della nave in procinto di approdare. Le si
fermò un grido in gola, che non sarebbe servito che a ferire le sue stesse orecchie. Quando tutto fece
credere che ben presto venissero inghiottiti dai flutti, spuntò Eden. Impavida, fece lo stesso
movimento di Rosario, ma non goffamente. Era abile a farlo. Li prese uno a uno, li sistemò seduti,
come stava prima Clizia, sperando che a colpirli dopo sarebbe stata un altro tipo di onda. Più bassa,
meno capiente, meno capace di mangiarseli in un liquido boccone. Per fortuna, fu così: la
successiva fu assai più contenuta. Anzi, coadiuvò il loro arrivo a terra. Verdiana era andata a
avvertire Mimmo, ma solo perché così facendo si sarebbe distratta dalla pena, lasciando fare al
destino, sperando per il meglio, e anche perché così avrebbe lasciato correre il tempo, perché
proprio non sapeva che fare: andare incontro a loro, sarebbe valso ad affrontare un pericolo che non
sarebbe stata capace di fronteggiare, se li avesse chiamati, non li avrebbe porto alcun remo
prodigioso per farli vogare più speditamente...L’unica cosa era farsi da parte, capita l’inutilità
d’ogni reazione. Quando se li trovò davanti, bagnati fradici, gli parve di avere davanti fantasmi di
chi ormai doveva esser già morto. Li abbracciò uno a uno, ed incluse nel suo affetto anche Eden,
che non reagì, né festosa né riottosa. La ragazza col tatuaggio la guardò solo un poco stranita, non
essendo, si vede, adusa a quel gesto, vivendo in un’isola, la Nuova Zelanda, in cui si abituavano i
giovani a una condotta di vita piuttosto adulta e spartana precocemente, affinché i nobili Spiriti
degli antenati non dovessero stimarli meno di come l’erano stati loro da vivi dagli avi precedenti.
Tutta l’aria buffa di Eden derivava dalla sua aria spavalda e guerriera, mista a un candore esotico
ma ancora femminile, pur nascosto come una tartaruga nel suo guscio.




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Finirono così le gesta di un insieme di fantastici giovani, che si erano conosciuti come calamitati da
una fatalità che ne preveniva le scelte e le azioni. Già andare da un paese a una città, fu un primo
passaggio dall’età in cui dovevano stare presso ai genitori come cuccioli incapaci di
un’autosufficienza, a una in cui si incamminavano per il lungo sentiero dell’esistenza. Col cuore che
in ogni fase di quell’andare senza meta precostituita, batteva a mille, di forte coraggio, ed anche
pompando all’impazzata durante piccoli e grandi amori. Fecero della loro amicizia un saldo scudo
contro le avversità, accogliendo nei propri attaccando con sentimento al proprio seno altri nuovi
venuti con la promessa di saper infondere e trarre loro una stessa tenerezza, di pari intensità. Questo
fu tutto. Il viaggio delle loro vite verso il domani.




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La sua amica Penelope era affatturata dalla stravaganza di Eden, dal fascino di quei paesi lontani.
Quella cultura così antica. I Moai dell’Isola di Pasqua, erano solo a Rapa Nui o anche in Nuova
Zelanda? Ed erano crollati a terra perché chi li doveva sollevare era morto dalla fatica? Dove erano
finiti tutti, quando c’era da spostarne altri. E i copricapi, dov’erano quelli mancanti? Si faceva tante
domande, ma Carmen che ne sapeva. Neanche l’aveva mai vista e conosciuta, Eden, che palle!

- E ci sono tutti questi dei nella loro mitologia!, - diceva, eccetera eccetera, vantando la loro
storia millenaria e il loro legame con la natura, e il cielo, e il mare. Che farlocca.

Il suo ragazzo si chiamava Byron, e amava drogarsi e vedere i film horror, ma anche vestirsi da
Dracula, Lupo Mannaro & Frankenstein (il mostro fatto coi pezzi dei cadaveri, non lo scienziato
pazzo, quindi non bastava che indossasse un camice, ma doveva imbullonarsi il collo e cicatrizzarsi
la fronte). Ma non aspettava Halloween, o il Carnevale. No, lui si travestiva quando gli andava. E
per Penelope era tutto normale, perché quando lo baciava, anche se guardandolo in viso pareva un
essere deforme e orribile, lei ne riconosceva i tratti prediletti sotto il pesante trucco, e gli andava
bene così, e se ne sbatteva anche delle figuracce.

Penelope era una ragazza strana, doveva riconoscerlo. Andare a scuola con lei significava aver
accanto una curiosa cui si poteva anche non dire nulla, ma alla fine non ce la si faceva. Chiedeva, e
faceva sentire chi non rispondesse custode di qualcosa di suo, che andava restituitole. Quindi, ce
l’hai fatta, chiese. Sì, l’ho scritto di getto. Di tuo pugno? Farina del mio sacco, dalla prima
all’ultima pagina. Dove hai trovato il tempo? Alla sera, di notte finché il sonno non mi ha fatto
cadere le palpebre. E il giorno dopo continuavi? Non potevo perdere ventiquattro ore preziose senza
andare avanti, altrimenti ci avrei messo una vita. Brava. Grazie. Penelope non lo aveva letto, il suo
libro, ma la stimava. Non era facile che alla loro età ce la si facesse, e tutto da sole. Senza prendere
lezioni poi. Carmen aveva tanto amato il fratello, perso in un incidente stradale, che lo aveva voluto
rendere immortale almeno nei suoi pensieri. E non ce la faceva a farlo in altri modi, se non facendo
qualcosa che fosse almeno un poco carino, che non le ricordasse davvero tutto di quei giorni
infernali in cui perdendolo si era rotto qualcosa di sé dentro il petto, fino a consumarla, a farla star
male come mai avrebbe pensato si potesse stare. Così, si inventò prima questa immaginaria
compagna, Lucilla. Che parlava, parlava, e un poco somigliava a lei, come una gemella. A volte era
lei a dettarle quella vita mai vissuta tanto sotto forma di scene gagliarde. E Carmen scopriva che il
linguaggio poteva essere un gioco che non gli mancava di rispetto, ma gli poteva esser dedicato
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Filippo Armaioli Magi La magia delle ragazze
come un fiore posto davanti alla lapide a sostituire quello appassito. Lo vedeva come un supereroe,
perché per lei era stato anche così. Lo immaginare fare cose mirabolanti, e avere attorno a sé
persone meravigliose. Sognò di averlo ancora accanto, Aldo. Chiudendo gli occhi, gli pareva che la
salutasse ancora. E pensare che nella vita aveva sofferto. Quando il fratello passava il tempo coi
suoi amici, e lei, sola, pur potendo non esserlo, conobbe quel ragazzò, che la tradì ( sempre che si
possa parlare di tradimento, dato che lui era suo solo nei suoi desideri). Quando viveva ancora nel
paese, e non sapeva che cosa fosse, una città. Non scrisse più altri libri, non ne ebbe bisogno. Tenne
stretto quello come un prezioso diario, e lo fece leggere a tante persone, che non collegarono mai al
racconto la biografia della persona che avevano davanti, e di un’altra che le era legata così
radicalmente. Penelope glielo chiese, una volta, e lei glielo dette. Capitò che non glielo restituì. Ma
lei glielo lasciò, sapendo che lo cedeva a una persona che lo avrebbe apprezzato, letto e riletto. A
lei, che teneva tutto quello dentro, non serviva più d’avere la copia di ciò che gli era nato dentro,
come da una penna fatta di fuoco.




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Filippo Armaioli Magi La magia delle ragazze
Ancora sul Manuale:

per capire come mandare avanti una storia,

fino, finalmente, a finirla.




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Filippo Armaioli Magi La magia delle ragazze
Lucilla quindi parlava con Carmen, perché Carmen parlava con sé stessa. La sua migliore amica era
la Carmen che pensava, che non la smetteva di chiedersi mille cose, curiosa sia di ciò che sapeva
che di ciò che pretendeva di conoscere, ma di cui voleva sapere di più, come quando si vuol
rompere qualcosa per vederne all’interno i meccanismi.

- Come si finisce una storia? -
- Dipende. Se è una storia allegra, può finire bene, e allora è una storia molto allegra, o
comica. Se la si fa finire male, è un dramma, ma più leggero di quello che si ha quando una
storia triste finisce pure male. -
- E se si fa finire bene una storia triste? -
- Non è una commedia, né un dramma. Lo definirei brillante. O una commedia che potrebbe
essere più allegra, a rimetterci mano. -
- La letteratura, pare somigliare alla vita! -
- Perché ne è specchio. Sarebbe molto più sintomatico di un malessere, se la vita somigliasse
alla finzione, perché allora ci sarebbe una persona che non sa vivere, e che se non glielo si
insegna, finirebbe col non vivere mai, e illudersi di farlo in una finta esistenza recitata come
un arrivo a traguardi mai raggiunti, un premio di consolazione assai misero, e più simile a
una morte apparente. -
- Perché una vita simile, sarebbe una morte, essendo come se non si sia nati nemmeno? -
- O nati senza crescere. -
- Che allora sarebbe come essere stati solo voluti, amati, ma non sciolti dal legame materno
per una venuta al mondo che dia modo di far vedere come ce la si cavi nelle proprie scelte. -
- Uh oh, Carmen, che psicologia! -
- Quando mi applico, riesco ad arrivare, a dove devo. -

La sua amica vera, Penelope, presto avrebbe potuto dirle che sarebbe uscita con un tal dei tali
appariscente e lezioso, che altri non era che non un parassita emotivo, uno che ti diceva che ti
amava, solo perché non aveva nessun altro, e che ti sarebbe volentieri rimasto appiccicato vita
natural durante.

- A cosa pensano certe donne quando scelgono i loro mariti? A quanto il loro portafogli sia
rigonfio, e quanto questa cosa possa essere utile quando si è alla cassa a saldare un conto, a
quanto può esserlo quando si può saziare la fame non per forza coi cibi a minor costo, ma
con quei migliori cibi che ti passano davanti dove si ristora? - disse a Lucilla, che essendo
lei stessa, non aveva risposte alle sue domande. Eppure replicava ugualmente.


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Filippo Armaioli Magi La magia delle ragazze
- Le tue coetanee hanno già qualcuno accanto perché sanno qual è la loro via, sei tu che sei
troppo indecisa. -
- Per troppi sogni. -
- Per come sei tu, e non puoi rimproverartelo. -
- Ho finito la mia storia, però. Per me questo conta molto. -
- Lo so. Ma non hai fatto passi avanti nella vita, con questo. Hai solo soddisfatto un tuo
vezzoso capriccio. -
- Ho fatto letteratura. E sono una donna. Ho dato un’altra prova che noi donne, quando ci
mettiamo d’impegno, ce la possiamo fare, a essere come gli uomini. -
- Ma vuoi essere davvero uguale a loro? O essere donna? Decidi. Come loro, a fare bene
faresti punto per loro, o per nessuno. A essere donna, hai fatto un punto per le donne, ma chi
ti ha chiesto di farlo? Chi lo viene a sapere? -
- Vuoi dire che non me lo leggerà nessuno. -
- No, potrebbe anche diventare un best seller. Non è questo il punto. E’che nessuno vedrà nel
tuo testo la tua fatica, quello che ci hai messo, ciò in cui hai creduto. Tutto il contesto. Tutti
leggeranno di questo tuo fratello straordinario, che diventa eroe, ma che ne sanno, che eroe è
stato per te... -
- Chi era Aldo... -
- Chi era, chi sei tu, che capiranno? Un libro si legge tutto d’un fiato, e anche quando lo si
gusta poco a poco, è sempre un viaggio fatto non per essere ricordato, ma destinato a
passare, a non far parte di ciò che rimane. Il suo involucro resta, fino a ingiallirsi sugli
scaffali. Resta per tanti anni. Ma poi anch’esso diventa polvere, o almeno marcisce tanto che
nessuno per il cattivo odore delle muffe lo terrebbe in mano a volgerne le pagine ancora, con
tutto quel marcio che passa dai fogli alle dita. -
- Lui era molto più che un personaggio. -
- Ora è sempre tanto di più, ma nel tuo cuore. Per il resto, lui non c’è più. Ed è ora che tu te ne
renda conto. Hai fatto bene, a rendergli omaggio, ma ora fallo partire veramente. -
- Come? -
- Tienilo nel tuo cuore. Ma non nella tua mente, così ossessivamente. Perché ti schiaccia,
quest’amore malato. Ti schiaccia, e tu dove sei, appoggiata a un muro e spinta fino a non
respirare più. -
- Io sono qui. -
- Ma non sei tu, sei ciò che resta di Carmen. -
- Hai ragione, ma come fai a capirmi, se sei così piccola, Lucilla? -

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Filippo Armaioli Magi La magia delle ragazze
- Perché non sono più chi mi disegnavi, quando mi hai inventato, sono tanto parte di te, da
essere te, e tu sei diventata grande. Guardati. -
- Sì, è vero. E il tempo è passato, più di quanto mi rendessi conto che stesse avanzando. -

Lucilla la rassicurò sul fatto che ne aveva davanti tanto ancora. Carmen l’avrebbe voluta
accarezzare, per ringraziarla, ma facendo un passo avanti, quel volto diafano sparì, e lei si trovò sola
nella stanza. Meno confusa, però. Parlare con se stessa aveva dato i suoi frutti. Le sarebbe mancata,
Lucilla, d’ora in poi. Che non sarebbe più tornata. Sì, era vero, che era diventata grande, e che era
ora di accorgersene.




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Qualcosa su Penelope




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Provateci anche voi, a pensare a una vostra canzone, una che vi paia non appartenere ad altri, come
se l’aveste ascoltata solo voi. Quindi pensate a un chiasso nell’anima, che vi riporti a una verità
come quella incontrovertibile che, come direbbe lui Il mondo è, esattamente, più sicuro dei bagni
pubblici.




Byron è decisamente un tipo eccentrico, in ciò che fa e ciò che dice.

Se non lo fosse, non lo avrei voluto, perché anche io sono un po’così.

Ed è perché l’ho voluto, che questa cosa è successa.




Perché prima di passare ai fatti, parlava, e ci sapeva fare, ed è anche così che mi ha presa con lui.
Però, adesso questa frase è mia. Adesso, tutto quel poco che ho è mio, e non ho da spartirlo con
nessuno. E’triste pensare a come tutto fosse diverso fino a pochissimi mesi fa. Ma non ho tempo per
le cose tristi. (Non ne abbiamo, non devo scordarlo mai, che io sono due, non più una). Sono
cambiate troppe cose, così, in un lampo.




Ho sognato lacrime di puro ossigeno.




Il dottore per fortuna non era un maschio. Di solito non faccio discriminazioni, ma il corpo è mio, e
non è che lo voglia far toccare a tutti. Così il dottore è una donna come me, e penso che sia stato
deciso che fosse così da una sorta di considerazione verso la mia condizione. Mi ha spalmato quella
gelatina, come si usa fare, e mi ci ha tamponata con il visore, su quella palla ciccia della mia pancia,
tesa come una bomba molliccia, gonfia come una grossa patatona ricca d’amido. No, no, è errato,
correggo, è una zucca, e io sarò una carrozza, mi trasformerò tra poche ore, come da crisalide a
pupa, in un cocchio scintillante, perché Cenerentola ha bisogno di me, prenderà il mio posto per
andare al ballo. Sarà lei a tornare a casa con le scarpette di vetro, io non saprei che farmene. E poi io
mi sono divertita abbastanza: ho solo diciotto anni, e sono incinta. Eccome, se è vero.




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Filippo Armaioli Magi La magia delle ragazze
Se sarà un maschio lo chiamerò Marco, perché secondo me fa figo. Se sarà femmina, vorrei
chiamarla come me, ma poi ci scambierebbero l’una per l’altra, e non mi va certo di chiamare me
Penelope Senior e lei Penelope Junior, all’americana, perché fuori dagli Stati Uniti non fa affatto
figo, ma sarebbe una trovata stronza, che si addice più a un hippy sbronzo che a una tranquilla
giovane italiana come me. E’ così italiano essere incinte alla mia età? Sì, perché ci sono troppi
stranieri su questo suolo, e appena hanno uno straccio di lavoro, o anche se non lo hanno, sfornano
tante repliche in miniatura di sé, per colonizzarci, ma anche perché sono uomini e donne come lo
siamo noi, solo che vengono da lontano. Però, perché non siano gli unici abitanti del nostro Paese,
occorre che anche noi ci svegliamo e ci diamo da fare. E io, io ho fatto la mia parte. Da buona
cittadina e patriota, sempre che quello fosse il mio dovere, l’ho assolto senza battere ciglia. Farlo
prima sarebbe stato come violare un tabù, senza neanche godere del privilegio onorabile d’essere la
prima minorenne ingravidata. Ma sarebbe stato anche poco praticabile, perché non è che gli
impegni scolastici mi permettevano di uscire molto da casa. Quindi, dicevamo, se fosse femmina.
La chiamerei Delfina, come questa infermiera che mi sorride anche quando mi fa male, forse perché
spera di fare una magia con quel sorriso, e farmi passare il dolore. Io, ovvio, non le sorrido, ma a lei
che importa. E’così difficile vivere tanti minuti (saranno ore?) al pronto soccorso, ma per un po’ è
stata questa la mia seconda casa.




Il mio feto quando si è formato era un mostro tipo Alien, ma io non l’ho visto così, perché quando
c’era mi sa che neanche lo sapevo. Prima ancora del test, già c’era, aveva vinto su di me, e se
intendevo espellerlo avevo i giorni contati per inabissarlo. Non è che non me la sentissi, ma alla fine
nessuno mi ha consigliato diversamente, e tenerlo è stata la via più naturale. So che aveva la coda,
perché l’ho visto in un libro, in cui c’erano tutti questi cosi in fila, c’era quello dell’uomo, della
rana, e della gallina, ma quello della gallina aveva anche il becco. Gli altri, non li si sarebbe distinti.
Quando veniamo creati, uomini e animali siamo tutti uguali, e questo a ben vedere è logico, perché
anche l’uomo è un animale. L’uomo, e quindi la donna. I feti sono bruttissimi, all’inizio, se avessi
visto il mio nel suo stadio iniziale, avrei chiesto di espellerlo senza pensarci due volte. A
immaginare poi che mi uscisse con la coda sviluppata, che schifo. Però sarebbe certo peggio se mi
uscisse come Alien...




Mi aggrappo al cervello urlante, perché non posso frugarmi dentro e farlo uscire prima.

Non ce la faccio già, scoppio.
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Filippo Armaioli Magi La magia delle ragazze
La mia bellezza prepotente è scheggiata, ed è bene che lui, il Colpevole, che mi ha marchiata con
quella macchia umida di succo lurido. Ma sono una Colpevole anch’io, io che ingenua e feconda ci
sono cascata, ma che ne sapevo davvero che quel gioco non era uno scherzo? Poi dal buco mi si è
coagulato qualcosa di concreto, in una mia voragine post- uterina. La placenta è nata come un
cartoccio che lo avvolge, e io gli voglio già bene, a patto che muti la sua forma primigenia, chiaro,
come è la regola biologica.

Il dolore mi sfonda la testa, perché siamo circa nove mesi dopo il misfatto. Mi inietterei un
anestetico che sia potente da far schiantare a terra un cavallo.

(Non c’è più un battito, ma il Mio Inquilino nell’addome sta bene: è il mio di cuore che si è fermato.
No, nessun panico, anche io sto bene, credo.

Quello che è successo è che le sue mani volevano toccarmi, e anche le mie volevano fare lo stesso,
ma non volevano toccare me, bensì lui. Quegli istanti impertinenti erano stati fulmini sulla pelle.
Però lo ha scelto lui, di agire per primo, ma non porta a niente chiedersi se sia stato un bene o un
male, perché tutto era successo, com’è nell’ordine delle cose. E’inutile che io dica ora che non
volevo. Quando ho saputo che c’era qualcosa dentro di me, qualcuno, ho pianto, e non perché non
ero felice, ma ho pianto sia perché lo ero, e sia perché già sapevo quanto sarebbe stato difficile
dopo. Singhiozzare, mi ha spezzato.

Se mi vedesse ora, isterica come un cane pazzo?

Si complimenterebbe con se stesso per la pronta fuga, o si commuoverebbe e correrebbe le scale qui
sotto fino ad aprire la porta che è al mio fianco, che non è aperta come quando stavo insieme alle
altre. Dev’essere chiusa, o semichiusa, non la sto certo a vedere. Mamma ha già parlato con il padre
e la madre di lui, ma si sono detti poche cose, per loro importanti come un regolamento di conti.
Consigli sul da farsi, auguri scontati a tutta la famiglia allargatasi, o anche ricordi da confidare, di
me come ero fino a poco prima, credo tutto questo si siano scambiati, non penso che siano scoppiate
liti, o che si fosse recriminata qualche colpa.

Alcune delle cose che si sono dette le avrò pure sentite, altre no, se ero in un’altra stanza. Ma chi si
ricorda. Ci sono stati i giorni dello shopping, ma per la prima volta non mi sono divertita: i soldi
non me li sono guadagnati, ma sono provenuti da parenti che sono spuntati come funghi da ogni
dove, che non sapevo neppure di avere, che pagavano il loro essermi consanguinei con doni utili,
che mi arrivavano per mano di mia madre che ne faceva incetta, imbarazzata più di me, ma calata
ormai nel suo ruolo di manager del mio parto. Altre volte mi arrivavano dei contanti, ma solo per

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Filippo Armaioli Magi La magia delle ragazze
spenderli immediatamente, con la mamma sottobraccio a farmi compagnia, ma soprattutto a tenermi
sott’occhio, perché non li spendessi diversamente da come era stabilito. Avrei avuto occasioni per
conoscere i miei benefattori, e anche per far spese come volevo, ma non erano quelli veri momenti
di festa.




Io so che il rosso è il colore del genitore che dà il suo sangue.

So che bianco è il colore del figlio, che con la sua purezza consola per tutti i dolori.

Io so poche cose. So che potevo fare altro che non quelle cose, so che potevamo usare uno di quei
cosi per il coso, un anello di plastica che non lo avrebbe permesso, tranne che non si fosse bucato,
che io fossi così gravemente gravida. Si potevano evitare. Il disastro. E la gioia.




Potevamo decidere, meglio o peggio, ma abbiamo scelto di non farlo, di lasciar fare al caso,
sbagliando come fanno tanti. E’ stato un bene è un male, ma soprattutto un bene, ora lo sento. Ora
che viene. Mia figlia arriva perché è il suo turno di esserci. L’aspetta una vita e un nome. Si chiama
Perla. Perché lei è un tesoro, perché sarà bianca come il latte, e io sono ancora il suo guscio.
L’aspettano sua madre, e i fili del tempo che già corre per lei. So che sarà calda e morbida,
adorabile, e le accarezzerò i capelli, ma solo quando saranno più folti e la testolina meno delicata.
So che vagirà, perché la vita fa male già dal suo inizio, e perché deve far male sentire d’avere la
pelle, lo scheletro e il resto, saperlo fisicamente tutto d’un botto. In fondo, si viene al mondo senza
volerlo. Solo ieri ero una ragazza, qualcosa a metà tra una bambina e una donna; ma oggi sono più
donna di prima, perché sono madre.

Lucilla (perché l’ho chiamata come l’amica immaginaria di Carmen, che ora ne avrà una fatta di
carne) è qui, ha già il suo abbozzo di ombelico. Fuori ci aspetta tutto. Mi servirà della ginnastica,
per tornare com’ero. Ma la pancia ciccia è già un po’ sgonfia, prestissimo non sarà più una palla.
E’un vero sollievo, saperlo, ma anche più viverlo. Perla e io ci siamo, e non saremo mai sole.
Avremo ciascuna l’altra vicina. Finché una delle due non se ne andrà, ma non sarò io.

No, non saremo sole. Una luce le ha indirizzato l’uscita, come è stato anni prima per me.




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PARTE III

La voglia di sognare quando tutto è possibile




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Come stella luminosa, non fu un best - seller. Stentò a vendere copie. Per molto tempo, anzi,
l’editore temé di non ricavare come guadagno la cifra che aveva investito, ma signorilmente si
ritenne corresponsabile dell’autrice per essersi gettato nell’impresa. Nel tempo, però, la storia
struggente di Aldo e Carmen piacque. (Carmen, che nella finzione si era chiamata Lorena).
All’inizio, tutte quelle digressioni, la favola medievale, il racconto estrapolato, il brano del diario,
non erano state apprezzate, ma lei si era impuntata che il libro, se era nato così, doveva uscire tale e
quale come lo aveva pianificato, e che, altrimenti, ogni intervento, di aggiunta, di correzione, di
elisione, avrebbe invaso il territorio sacro della sua libera espressione, e, violandola, ciò che
avrebbero proposto sarebbe stato qualcosa di loro, non suo. Qualcosa d’altro. La segretaria, la
signora Roberti, tentò inutilmente di mediare, di trovare le parole giuste per dirle che era una cosa
normale che si intervenisse sul testo, e bla bla bla, e falsità eufemistiche varie per dire che non
andava tutto bene solo perché si era presentata tanto candidamente in ufficio. (Come a dire, se tutti
facessero così, saremmo già falliti, con carichi di stronzi volumi da ammonticchiare, come pacchi di
ciarpame da farvici dei covoni, belli cari e magari da tenere esposti all’infinito, che nessuno se li
portava via! E guai a dire male dei clienti, se si era tanto sprovveduti da non sapere indovinare i
gusti del lettore moderno. E se allora non era una professionista, come la sua stessa presenza
implicitamente doveva far credere, mettendo in gioco lei, ma esponendo anche loro a guai seri. Lo
sapeva questo, no?).




Le cose cambiarono quando il passaparola mosse i primi timidi cambiamenti. Più persone si
fidavano ad andare alla cassa, a porre il libro sul bancone, a metter mano al grano. Banconote
servivano, e banconote furono prese e lasciate, tante quanto il retro di copertina richiedeva. Né più
né meno. Dovettero però seguire molti altri simili traguardi, a far respirare la casa editrice, che
dietro ai tanti sorrisi si mostrava scettica e piuttosto ammorbata nell’aver accontentato il capriccio
della nuova venuta, che non lieta di avere un’altra stella nascente nel suo catalogo, che non era
sguarnito da far credere che fossero gli ultimi arrivati, ma neanche tanto ricco da indicare che
fossero un’istituzione. Non ci fu mai chi corresse in libreria a dire Mamma, mamma, voglio quello,
compramelo. Pure Harry Potter stava faticando a essere messo nella bisaccia, essendo lontani i
tempi di quando glorificò la sua autrice con tante soddisfazioni. Erano tempi non duri, durissimi. La
gente aveva iniziato a leggere gli scontrini della spesa per annotarsi se avesse fatto la scelta giusta, e

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tutto per un risparmio presunto di pochi euro. Alla Tv a dire che lo spread e i governi precedenti e
se non fosse meglio tornare alla lira. A incolpare il tale deputato, che ancora si doveva abituare ai
salotti, per la sua appartenenza a quella tale fazione in virtù di quanto fatto male o non fatto dai suoi
compagni di partito. La campagna elettorale infinita, era a ogni passaggio televisivo. Prima si
faceva una battuta, colta, sui temi della finanza, delle lobbies, delle poltrone ambite, da assegnare o
da mantenere. Quindi, il loquace ardito (di solito un populista qualunquista), fingendo di defilarsi
come colto da una brezza di vento troppo gelida, si scherniva con un sorriso giocondo, educato e
sottile, come se lui fosse vincente di una partita che si era giocato tutto da solo, veniva circuito dalle
telecamere, amiche nemiche sempre presenti. Gli schermi, neutri, lo accoglievano come
l’anticamera di un purgatorio suadente. Si faceva negare, per attendere l’incitamento dei colleghi e
le provocazioni degli avversari, quindi saliva sul podio e faceva sfogo di tutta la retorica che anni di
studio gli avevano inculcato, immagazzinando locuzioni argute e aneddoti velenosi contro chi si era
impadronito di un Paese che adesso era da salvare, ora o mai più, senza se senza ma. Pena una crisi
epocale, una tremenda catastrofe, che in un buco nero avrebbe catapultato tutti, da Nord a Sud,
facendo svanire tutti gli sforzi fatti per raddrizzare alla bell’e meglio le redini di un’Italia
fotografata sempre come florida, eccellente, meravigliosa. Ma il paradiso da cartolina, e l’Italia
vera, non sempre erano due scatti fatti nello stesso momento, o dallo stesso punto da cui guardare,
erano invece come le grandi metropoli sudamericane, col centro industrializzato e fiorente e le
periferie decadenti e squallide. Per far scordare queste discrepanze, bastava inviare gli Uomini
Nuovi, belli giovani e preparati, con un occhio anche alle pari opportunità, e allora ecco dimezzarli
per far spazio anche alle donne, le quali si erano fatte una discreta gavetta in circoli ambientalisti,
femministi, revanscisti.

- Io non lo farò mai. -
- Cosa? -
- Candidarmi. -
- Ah, meno male. Ci mancherebbe altro. -
- Perché? -
- Tu sei una sognatrice, Carmen. Manderesti tutto a puttane. -
- Non lo è già. -
- Non è questo il punto. E’ che tu sei una letterata. -

Odiava quella definizione. Come se una persona che si dedica alla scrittura debba farlo infilando
foglietti nelle cassette postali, o leccare francobolli. Ah, ma sì, letterata viene semmai da lettera,
mezza sillaba, decimo di parola, centesimo di frase, millesimo di libro. Preferiva chiamarsi autrice.

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Sì. Le calzava meglio. Comunque, era inutile immaginarla a Palazzo Chigi. Neanche se eletta con
plebiscito. E a dire che? A proporre cosa? Lei, aveva una sua idea di come voleva il mondo, e il suo
Paese. Ma preferiva disegnarlo nei romanzi. E già aveva in mente di dare un seguito al suo primo
libro. Come lo avrebbe intitolato? Ecco, il titolo è sempre una grande rogna. A volte ti viene una
parola, o una bella frase a effetto, e costruiresti tutto attorno a essa. Però non hai niente. Il foglio
bianco, distesa di neve lattescente e vuota come il niente nel cervello. Da riempire, cazzo, com’è da
riempire? Non arriva niente, pensi allora alle belle cose della vita, non per forza le tue, qualcosa di
tenero come il bel viso di una bambina che ti sorride, e ti fa ciao con la manina, o come una città
piena di luci colorate, rosse, gialle, arancio, rosa. Colori caldi, colori freddi, insieme, ma accostati
perché siano colti come omogenei, allegri. Fai bei sogni, davanti al foglio bianco. Ma per farci
nascere qualcosa, non hai dei semi. Il primo germoglio deve spuntare da sé. Da tutto quel nulla. E
non lo sai, ma lo stai fertilizzando coi tuoi pensieri, che sono nascosti, ma che hanno da rivelarsi,
presenti, vivi. Devono trovare nuova vita in tante allegorie fantasiose. E tu aspetti, non fai che stare
nel tuo silenzio muto, impossibilitato ad agire, perché non c’è niente, da fare.

Solo aspettare.

Finalmente, se è così che deve andare, qualcosa cambia. Il nero compare, sul bianco.

Il gioco è iniziato.




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Carmen si ricordò del Rifugio, e volle andare a vedere se era ancora in piedi. Non ricordava dove
fosse, così si ricordò degli amici di Aldo, e li cercò, arrivando a ritrovare quel Rosario, che neppure
si ricordava dei tempi passati. Era un altro uomo, e così diverso da come se l’era immaginato
quando gli aveva rubato l’icona, per trasferirla, adattata dal suo estro, nel biografico omaggio a
quella generazione precedente alla sua, a quelle care persone che non conosceva, ma erano state per
suo fratello pezzi importanti della sua esistenza. Rosario non aveva idea di chi lei fosse. Ma le aprì
la porta, abituato poco a sentire il campanello suonare. Non avendo comprato niente, non pensava
ad alcun corriere. Quella voce femminile, non gli diceva niente. L’ascoltò parlare di Aldo Meniconi,
e per un po’ quel nome impattò con la sua ebete smemoratezza. Quindi, collegò la persona al nome,
e dentro di sé come una lacrima un dolore tenue, ma erto, gli scosse la spina dorsale, e fu come se si
svegliò per una seconda volta. (O come se non fosse stato davvero sveglio, e si destasse solo in quel
momento).

- Io sono Carmen. -
- Sì, sì. Carmen. Mi disse di avere una sorella col tuo nome. -
- Ah. -
- Me lo fai ricordare, e sì, oddio, ma ne è passato di tempo. -

E poco mancò che facesse l’infelice gaffe di chiedere dove fosse, perché al funerale lui, seppure
invitato, non era andato, per chissà quali motivi o remore. Era più probabile che la sua vita lo avesse
alienato da quella dei vecchi amici, mentre era assai meno possibile che avesse litigato con suo
fratello al punto da odiarlo e depennarlo dalla sua lista dei bene accetti. Forse tremò, un poco.
Carmen non se ne avvide, ma era intimamente agitato. Non era sua abitudine, infatti, prendere a
camminare per le stanze, con frenesia, accelerando i passi in quegli spazi angusti. Lo fece
abbassando il capo senza accorgersene, come mosso da un avvilente senso di colpa.

- Così, tu volevi sapere qualcosa? -
- Sì. Ricordi di un posto dove vi ritrovavate, anni fa? -
- Il Rifugio. Sì. -
- Sì, ecco...Chi eravate, chi c’era con voi? -
- Oh, è passato tanto tempo...troppo...Ricordo un altro ragazzo, impacciatissimo. Mimmo. Sua
madre era morta lavorando, per un malore, che le era preso per le troppe ore passate a


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impegnarsi. Non so se fosse un semplice attacco cardiaco, ma lo definirono come tako
tsubo. -
- Poveretto. -
- Già. Non è che rimase come un bambino, ma forse a metà strada tra infantile ed adulto. Gli
volevamo tutti bene. Si innamorò della nostra amica straniera, in vacanza al mare... -
- Eden. -
- Sì, brava, ma come fai a... -
- Mi sono informata. -
- Ah. Per il libro. Tu sei quella Carmen Meniconi. -

Eh, non poteva negarlo. Lei era Quella.

- Sono io. -
- Ovvio. Non l’ho letto, sai. -
- Fai parte di un gran numero, non preoccuparti. -
- Non grande quanto quello di chi lo ha apprezzato. -
- Non grande come quello di chi lo ha letto. Se sia piaciuto, ho molti amici nascosti che
ancora devono farmelo sapere! -
- Ne ho sentito parlare bene. -

Sicuramente, tra le enciclopedie polverose che riempivano gli scaffali attorno a lei, Come stella
luminosa non figurava certo, poteva scommetterci. E perché avrebbe dovuto? Poi lui ricordò ancora.
Verdiana, Clizia. Anni lontani. Così diversi, ora che il tempo li aveva corrosi, annebbiando ricordi,
ponendo una grigia polvere sulle lucenti risate che avevano fatto risplendere i loro visi, mentre la
gioia del futuro insieme li univa in caldi attimi di illusorie piccole felicità.




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Filippo Armaioli Magi La magia delle ragazze
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Il Rifugio era ancora in piedi, ma era stato ristrutturato. Nuove vernici lo avevano ridipinto, così
Rosario quasi doveva ammettere che no, quello non era il luogo dove tutti si erano prefissati di
portare l’anima gemella, per estorcerle amorevolmente il primo bacio. Era una pallida copia fatta
male della loro casetta angelica. Quella dove Mimmo fingeva di fare le puzzette con le braccia,
alzandole e abbassandole come una pompa per l’intestino, ma che poi doveva accompagnare con un
bru bru bru recitato appositamente, per fare lo scorreggione. E le ragazze a ridere fino quasi a farsi
torcere la pancia. E lui, a fare il serio, perché a lui no, le scemenze non facevano ridere, e tanto
nessuno lo avrebbe saputo, che facevano ridere pure a lui, ma tacendo faceva rimanere pulita la sua
immagine di tipo posato e corretto. Quella brutta copia non pareva l’antro dei loro mille segreti, il
luogo dove avevano scoperto quanto fossero ricche di sapori tante primavere, piene di sogni molte
estati, romanticamente ribelli i loro inverni. Là dentro avevano amato, odiato, combattuto mille
sfide, e là attorno erano cresciuti, tutti insieme. Non sempre tutti, non sempre insieme, forse, ma
spesso tenuti insieme come da una colla, che era il loro affetto puro.



Sputnik era stato l’ultimo del primo Gruppo a tenere le chiavi del Rifugio Originale. Lo usò per
tenervi utensili da giardinaggio e strumenti musicali. Quindi, usando un lucchetto, impedì che
fossero trafugate le sue cose, in quello che sembrava più un museo d’anticaglie che un punto di
ritrovo per sognatori. Gli anni passarono in fretta. Finché un nuovo capo, che ebbe la chiave chissà
come e perché, spaccò quell’ermetica serratura, e trovò: schifi, cerbottane, trofei con testa di leone e
orso, con serrate nelle bocche imbalsamate riserve di carta igienica ormai ingiallite, e poi un
pianoforte con i tasti sbreccati, qualche schiaccianoci, delle scacchiere, una chitarra adatta per
l’elettropop. Talmente tante robe, da vederle da terra fin sul soffitto!

- Che cosa hai, Rosario? -
- Niente, Carmen. -
- E’come se stessi guardando un fantasma. -
- Un poco è così. -
- Oddio, non dirmi che... -
- No, no. Aldo non c’entra. -
- Ah, mi veniva un colpo. Non scherziamo, eh. -
- E’ l’atmosfera che torno a sentire. Qui, sai, è successo molto. –

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- Se vorrai, me lo racconterai. Se avremo tempo. -
- Neanche ho il tempo per stare qui con te ora, me l’hai rubato. -
- Scusa. -
- Ma no, in fondo sono contento. Mi hai strappato alla mia routine. -

Strappato alla noia, intendeva dire. E liberato, dai suoi schemi. Ovvio che rimanesse compassato, e
tacesse, o riducesse ogni libero pensiero a un surrogato.




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Filippo Armaioli Magi La magia delle ragazze
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Carmen incontrò Filippo Armaioli, uno scrittore velleitario di mediocre successo, ad una festa.

- Siamo tutti giovani, finché c’è festa, - gridò un cretino.

Carmen vide Lotario Marconazzi gettare una cicca dentro la boccia della sangria. Era troppo.
Disgustoso e vigliacco. Fu cacciato, e molti applaudirono. Non era il figlio di un delinquente
matricolato, ma di un hacker. Suo padre era entrato nei siti web più istruttivi, più utili, più cliccati,
minando la libera ricerca informatica. Per mesi, non si poté più “navigare”, e non solo perché
Lotario stava cercando di costruirsi un Bitcoin (che gli avrebbero pagato uno stonfo ), rallentando le
connessioni. Il padre stava combinando di peggio, mostrando d’esser fatto della stessa pasta. Stava
sostituendo i cartoni con film porno! Tu scaricavi, che so, Bambi, e ti trovavi Bombe Del Sesso
bombastiche e riproduttive. Erano cerbiatte emozionanti anche loro, ma anche vietate ai minori. I
Marconazzi erano così bastardi, perché li pagavano per esserlo, e nessun lavoro li avrebbe
remunerati con introiti orari ugualmente interessanti. Che mondo. Un mondaccio.

Comunque, Filippo era annoiato, perché, dopo essere stato muto e riflessivo finché volle, uno
scrittore impegnato mostrò quanto sapesse essere impegnato: e si prodigò a parlare di cose serie,
tediando a destra e a manca come se la noia fosse un buon odore da nebulizzare. Se il suo scopo era
inebriare tutti, li ammorbò senza dubbio. Tutti o lo fissavano fingendo interesse, o guardavano a
terra silenziosi, sperando che presto la finisse, col buttar fuori dall’esofago tutta quella cultura che,
si vede, incamerata per anni, gli doveva pesar tanto, se intendeva rigettarla, parendo volesse farlo
espellendola tutt’insieme, come la palla di pelo ingoiata per la foga da un gatto vorace. Lui e
Carmen che non ne poterono più, si dileguarono e si misero in disparte, a chiacchierare del più e del
meno. Prima di tutto, delle fatiche letterarie.

- Io ho scritto questo giallo, in cinque giorni. Tratta di un serial killer, e c’è questo delitto, il
primo, e poi a un certo punto, mentre la polizia s’incazza, perché non lo scova, lui torna a
mietere vittime. -

- Odio i gialli, e questi truculenti ancora meno. Ho letto solo Sherlock Holmes. -

- Però ho scritto anche altri due romanzi, se questo non fa per te. Uno (che ho perso),
ambientato a Torino, parlava di un tipo che aiutava una collega a affittare appartamenti. Però
questo tipo chiedeva alle clienti donne di pagarlo...in natura. -

- E, immagino, quando dici in natura, non intendi con casse di frutta o verdura. -

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- Già. Con un’altra natura. -

- Scabroso. -

- Non tanto. Non c’erano affatto scene hot. Era tutto garbatamente accennato. E poi, il finale
era bello: i due andavano insieme a un’avventuriera ai confini del mondo, fino a incontrare
Atlantide! -

- Questa è fantasia. Quindi, scopriva se si trattava dell’isola di Santorini? -

Ma qui fu stappata una bottiglia e, perso il filo del discorso, Filippo non lo finì. E anche Carmen
si distrasse.

Questo Armaioli colpì molto Carmen. C’era qualcosa in lui, che l’attraeva, ma non in senso erotico
sentimentale, era come un dejà-vu, come se l’avesse incontrato in vite precedenti, karma
permettendo, E sì che era un figo pazzesco. Ma Carmen aveva saputo che non era sempre stato così,
e questo dettaglio ne sminuì il fascino: alle scuole medie, era ingrassato come il cicciobomba della
Fabbrica di Cioccolato, quello che è ovvio che trova il Biglietto d’Oro, perché di confezioni se ne
sbafa diverse al giorno. Ecco, questo lui non lo faceva, ma invece di mangiare un biscotto alla
panna e cacao, ne accompagnava una tazza colma di latte con dieci, e per di più prediligeva il latte
intero, più gustoso, ma anche più lipidico e calorico. Quando passò ai più dietetici cornflakes,
dimagrì, fino a diventare il bell’uomo che era. Se non fosse che portava un’alopecia stratosferica,
roba tipo pista d’atterraggio per elicotteri, ma tutti a dire che non si vedeva poi tanto, i
bugiardi...Comunque, la cifra per un’operazione tricologica fu sempre troppo costosa per le sue
limitate risorse finanziarie. Preferì sempre nascondere il difetto con due cappelli di marca El
Charro, quello leggero estivo e quello pesante invernale, che divennero caratteristici, per chi lo
conosceva e lo incrociava, quando camminava spedito verso la biblioteca comunale, o il centro
città.

- Posa il fiasco! - gli gridò uno scemo.

- Diceva a te? -

- Penso di sì. Ci siamo solo noi. A meno che tu non sia un’ubriacona. -

- Ah, no. -

- Qui la gente è schietta... -

- Dice quello che pensa? -
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- Anche quello che non pensa, purtroppo. -

- Prevalgono i decerebrati? -

- Eccome! Se sono popolari, li chiamano Personaggi. Significa che vale la pena fermarsi a
salutarli, come fossero dei monumenti da visitare. Alcuni di essi poi si raddrizzano, fanno
famiglia, diventano normali. Altri li si troverà sempre negli stessi locali, di solito ubriachi.
Qui tutti fumano e bevono, e se c’è una moda, tutti a dire che se ne fregano e invece sono i
primi a seguirla. Se poi qualcosa fa male, o è sconsigliabile, allora siamo i primi a farne cosa
nostra. Siamo...Io no. Io non sembro neppure nato qui, a volte. -

- Capisco. In effetti, se devo dirlo, questa città non mi ha fatto una grande impressione. -

- Pensano oltre che col cervello col didietro, ed esce dalla bocca il fior fiore delle cazzate di
tutta una generazione di sbandati, troppo sfigati per essere premiati con l’accoppiamento, da
voi donne, che non siete nate per darvi a chiunque...Per pietà umana...Ma c’è chi lo
crede...Sempiterni fancazzisti, sono tutti troppo pieni di tempo libero, eppure quando stai per
invitarli hanno tutti da fare. -

- Anche dove abito io non è diverso. Pure se lavorano, mica sono utili alla società. Son
paraculi. -

- Comunque, non merito di essere additato in questo modo. Se non avesse sfrecciato in auto,
lo avrei fermato, e gliene avrei dette, ma così, andando via senza nemmeno farsi ben
vedere.-

- E’come quelli che su Facebook ti fanno grooming, o si nascondono dietro lo schermo dopo
averti offeso. -

- Non è che io non beva, sia chiaro. A volte, può capitare, una birra. O del mosto, un
lambrusco, un fragolino. Ma qualche volta l’anno, qui c’è tutta una cricca che ogni giorno ci
da dentro con i dieci gradi di fermentazione! -

Lei non seppe se ridere o no. Ci si poteva scherzare, ma la società, ovunque, stava marcendo.




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Fu Filippo a proporre a Carmen di salire sulla Grande Nave. D’estate, il transatlantico, una copia
esatta del Titanic, serviva per delle crociere sexy, in cui i single se la spassavano con escort,
modelle, ed intruse varie. Ma si andava verso il Natale, quindi la Nave osservava, seguendo un
calendario, un rispettoso periodo di castità oceanica.

Mentre salivano i Vip.

Scrittori, cantanti, attori. Registi, ballerini, teatranti. Beniamini intramontabili, ma anche vecchie
glorie e astri nascenti. Che come meteore, saliti su su su, sarebbero potuti piombare giù giù giù, se
non avessero fatto altre cose, fidelizzando i propri fan, che sarebbero potuti passare dal delirio o
entusiasmo, fino alla tenue simpatia, e da lì il passo all’oblio e all’indifferenza era distante davvero
poco. Per ora, però, tutti si godevano l’aria di mare, e la loro più o meno meritata popolarità. Prima
dell’ oblio, l’oblò. La piccola finestra tonda da cui ammiravano il paesaggio fluttuante. Carmen e
Filippo non erano noti, ma ebbero due biglietti perché Carmen aveva vinto con Come stella
luminosa il premio Strega, il Campiello e il Bancarella.

- Mi hai aiutato con i tuoi consigli, tu più di tutti. E’ bene che ora che posso contraccambiare, lo
faccia. Realizzerò un tuo sogno. –

Quale fosse lo sapevano in pochi, ma a lei lo aveva confidato. Era passato il tempo in cui bramava
alzare la gonna di Martina Stoessel alias Violetta, o a passare interi pomeriggi con lei a cazzeggiare
a Madrid, ridendo per la cattiva pronuncia di un pessimo spagnolo, cantando En mi mundo,
leccando iberici gelati artigianali dai gusti più svariati e dai manti più colorati. La telenovela era
finita, e nuove serie nuovi idoli.

Adesso, voleva sopra ogni cosa incontrare Karol Sevilla.

Era una deliziosa attrice messicana, appena diciottenne, che aveva recitato flirtato bevuto succhi
d’arancia e tamarindo, e, soprattutto, cantato pattinato ruotato rotelle ancheggiando nel telefilm per
ragazzi Soy Luna.

Soy Luna significava Io sono Luna, perché lei si chiamava Luna Valente. Che era una figlia
adottata, in realtà battezzata come Sol Benson. Sua zia era una dispotica antipatica, che dava lavoro
ai suoi amorevoli genitori adottivi, che la tenevano in una cameretta piena di cose carine. (Non era
ricca sfondata come Violetta quindi aveva meno roba bella.) Lei sapeva che fosse Luna/ Sol la
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nipote, e non la bionda Ambar, a cui aveva detto d’esser sua zia, e invece era la madre; e tutto
perché a dire a una che era la nipote e all’altra che era la figlia, ci rimetteva l’ingente patrimonio.
Tutta una questione d’eredità e avidità.

Filippo vedeva anche Maggie & Bianca Fashion Friends.

Gli piacevano infatti anche Federica Corti e Giorgia Boni, che interpretavano Nausica e Bianca. E a
vederle sulla Nave, quasi gli venne un colpo a trovarsele davanti, dal vero e non sullo schermo.
Erano due attrici giovani e molto belle, dolci tenere e gnocche. Si era visto a ripetizione tutte le tre
serie su Rai Gulp. La prima e la seconda si somigliavano molto. Nella prima, c’erano queste due,
che arrivavano alla scuola Fashion Academy di Milano, e si chiamavano appunto Maggie e Bianca
come nel titolo: Maggie Davis era americana, ma suo padre era italiano, ed era lo stesso
imprenditore che aveva generato Bianca, ma dalla madre di Bianca, che era morta, e mentre a
Maggie piaceva molto l’accademia, e voleva cantare e fare la stilista, Bianca non voleva fare
nessuna delle due cose, pur scoprendosi poi molto creativa per il design, ed eccellente nel canto.

- Voglio vivere di sogni e non svegliarmi perché i sogni fanno vivere...e non è solo musica per
me... E' tutta la mia vita e no, non è facile...- intonarono Emanuela Rei e Giorgia.

- Luci si accendono, siamo in alto, siamo come le star! – cantarono, e a quel punto anche chi
non aveva capito che canzone fosse, non poté che esultare – Batte nel cuore, batte nel fondo
fino all’anima!...-

Ma Karol era più attraente, di qualsiasi ragazza italiana: guance morbide come fagottini, gonfi di
goloso ripieno gusto pizza. Sorriso da tipa acqua e sapone, che non se la tira, con dentini splendenti
che parevano aggettarsi in avanti, come se avesse avuto l’apparecchio, e una leggera inclinazione
era il risultato magari di un lungo usi d’un apparecchio ortodontico.

Il Messico, era uno di quei paesi in cui succedevano tante cose brutte.

Ma il Messico, era anche Città del Messico.

E c’erano i tacos, i churros, la concha. E la cannella.




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Carmen fece di tutto perché Filippo cenasse con Karol. A lume di candela. Luci soffuse, rose,
dessert cremosi. Augurando loro baci, e chissà. Sotto al cielo, complici le stelle, alcune che
brillavano come puntini intermittenti, e altre, come più spesse, che lucevano più corposamente.
Niente effusioni, forse. La cena, nemmeno. Ma i due si rividero, un pomeriggio, si dice. E altre
volte, pare. La Chica Delivery aveva trovato il suo nuovo Chico Gallo? Non c’era niente che
potesse legare queste due persone, così diverse, se non che per anni lui avesse atteso la fine di
quella storia infinita, per sapere se la vecchia si mutasse poi in una buona madre per la ripudiata
figlia, come gli amorevoli genitori adottivi reagissero alla notizia, posto che ne venissero a
conoscenza, e se quel ciondolo a forma di sole e luna avesse un ruolo poi così fondamentale. Che ne
sarebbe stato di Nina? E suo padre, sarebbe rimasto insieme con Mora? Per non dire di Tino e
Cato...

La cosa più bella intanto era stare accanto alla sua adorata stella della Tv. Non gli pareva vero. Era
più bella dal vero? Sì. Perché lo schermo restituiva solo una parte della sua carnale umanità, come
se la trasformasse in qualcosa a metà tra la persona vera e il cartone animato, come se la
tridimensionalità dello sfondo non bastasse a far sì che i contorni tondeggianti del volto e del corpo
figurassero più realistici di quella bidimensionalità priva di consistenza. Ma averla lì, davanti a sé,
vera! Come si dice, in carne e ossa. Non pareva possibile, e per ché ciò avvenisse, si erano mossi
mari e monti, persone discrete che erano venute a conoscenza dell’interesse di lui per lei tramite vie
traverse, delle soffiate che diremmo rumors, se fossimo anglofoni e anglofili.
Lui non glielo voleva dire che non l’aveva apprezzata con le meches bionde, e che era molto
contento di rivederla mora come l’aveva conosciuta.

-¿Cómo estás?

-Bien, y tú? -

-Yo también. ¿Estás grabando otras transmisiones en este momento?-

-No. Tengo mil proyectos!-

[ Che, tradotto, varrebbe a dire:

- Come stai?-

- Bene, e tu?-

- Anche io. Stai girando altre trasmissioni, in questo momento?-
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- No. Ho mille progetti.- ]

Aveva diciotto anni! Come era possibile che fosse diversamente?

Lei parlava spagnolo, o anche lui. O lui parlava italiano, e anche lei. Uno tra i due dovette adattarsi
alla differenza regionale dell’interlocutore, perché questo dialogo potesse avvenire. Non era
presente alcun traduttore, a intermediare. Andò a finire che lui le propose di girare insieme un
remake di Ghostbusters, come se non bastassero i sequel e il reboot. Solo lui, lei, e Channing
Tatum. L’auto era sicuramente da cambiare, ed era da impiegare, perché fosse più cool, una
decappottabile, come quelle che si vedono in tante immagini stereotipate delle file di auto lungo le
avenue di Miami. Con lo stesso logo tradizionale, ovvio, il fantasma dalla bocca spalancata
imprigionato dentro il cerchio rosso sbarrato della segnaletica del divieto.



Carmen, nella sua stanza, intanto scriveva già un nuovo libro. Quello che non poteva immaginare,
era che anche l’amico ne stesse scrivendo uno quasi uguale. La differenza tra i due romanzi sarebbe
stata che l’uomo l’avrebbe infarcito di avventure galanti, omettendo volutamente dettagli piccanti, e
situazioni che potessero offendere la morale comune, anche se comunemente la morale da tempo
era difesa soltanto da gente che aveva il proprio interesse a farlo, non da persone mosse da autentici
valori. Non aveva saputo che altro fare se non andare spesso alla biblioteca, dove saliva e scendeva
le scale, fermandosi a prendere ogni libro che le pareva nuovo, lasciando da parte quelli ingialliti
dal tempo, perché non amava quell’odore di marcio che le arrivava al naso quando si adattava a
chinarsi su testi che per anni erano rimasti preda dei germi e delle tarme. Quei microrganismi non
avevano idea di che stessero facendo, rovinando pezzi importanti di una cultura sterminata, tanto
quanto quella che tutti aspiravano a raggiungere, ma senza mai arrivare a una fine compiuta.
Carmen stava usando quei libri per fare il suo. Si segnava su un taccuino parole, frasi, idee, su
quanto era più curioso o bizzarro. Non intendeva copiare, perché un esperto lo avrebbe capito se
avesse fatto un patchwork di proprietà letterarie altrui. Tanti si erano dati al giornalismo, tanti a
studiare giurisprudenza o economia. Qualche temerario si era messo in testa di diventare un genio
matematico, o si era dedicato alle scienze. Una torma di abneganti si era offerta alla società per
candidarsi al ruolo di futuri medici o operatori sanitari. Lei non aveva mai pensato a fare niente di
tutto ciò. Immaginava di iniziare come addetta a un fast-food. Quanto sarebbe stato duro, o
remunerativo? Ma non fu facile, e intanto aveva già iniziato a scrivere, così piuttosto che recarsi
altrove, attendendo una chiamata, aveva preferito continuare a passare le giornate tra le parole,
come se quel tessuto di inconsistenti vermetti neri, avanzando gli uni dopo gli altri sul bianco
pavimento del documento Word, potesse darle una prospettiva futura. Ma era mai possibile
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davvero? Certo, per qualcuno era stato così. Per molti, nel mondo. Ma che tutti fossero rimasti per
sempre con quel mestiere, senza fare altro, non era pensabile. La cultura non da pane, e se lo da’,
non da’ anche companatico. Eppure la società moderna pareva spingere tutti a fare di tutto, e tante
cose che non avevano capo né cosa, ma se a tutti andava bene così, bene. Ovvero no, non tanto
bene, ma bene lo stesso. Come se la vita a un certo punto, per quanto fosse la cosa più importante di
ciascuno, fosse anche parte di una grande scommessa. Al centro della quale stava un valore
presunto, da riparametrare secondo logiche non ben definite, e non più la persona, che non potendo
diventare un angelo prima della dipartita, aspirava comunque a elevarsi in qualche modo, ed essere
innovativi o eccentrici era, più che una moda, uno stile di vita universale, appunto. E Carmen,
scrivendo, forse voleva far parte di una comunità superiore, almeno rispetto a quella cui temeva di
restare per sempre legata, la parte di popolo che l’aveva assistita, contemplandola nascere e
crescere.

Carmen scrisse così La Grande Nave.

Che parlava di una ragazza, di un fratello eroico, che in realtà non era vissuto abbastanza per
mostrare tutte le sue potenzialità. E di un gruppo di amici sconclusionati, di poche peripezie
dall’intreccio non troppo complicato, e di una nave...

Filippo scrisse invece La magia delle ragazze.

Dalla stessa trama, più o meno. C’era Carmen, il cui fratello era però un supereroe. C’era il gruppo
degli amici, ma avevano una base in cui si ritrovavano. Le vicende si somigliavano specularmente,
e c’era persino la nave nel finale, solo che questa era una nave molto, molto più grande.

Ma di essa vedremo in seguito.




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Carmen aveva solo bisogno di farsi i fatti suoi. Quell’amico, lo aveva fatto felice sulla Nave.
Bastava vedere i suoi occhi, quelle pupille dilatate come negli sguardi dei nipponici manga e anime.
Ma adesso doveva pensare a lei, nessuno ci pensava, che erano anni che non aveva un uomo; forse
stava sul cazzo a tutti per il suo essere così omologata, così politically correct. Pisa le cominciava a
star stretta. Ma per studiare era perfetta. Per questo, ci si era trasferita. Ci si risiedeva in pace, e lei
pensava di avere un monte di cose da fare. La movida, la sera la chiamava, e lei non sapeva se
rispondere, con tutti i cafoni sparsi in giro. C’erano state delle volte, in cui si erano scazzottati e
nessuno a intervenire. Potevano farsi pure del male, ma a chi fregava.

Era il periodo che le presentarono Sputnik.

Che tutti credevano fosse autistico, e invece semplicemente amava stare da solo. Spippolava al
computer, o, come molti, diceva di fare il programmatore, ma se per hobby o per mestiere, boh, chi
ci capiva. Le era parso da subito uno sfigato. Le insegnò però cosa fosse essere un Guerrilla
Gardener. Praticamente, uno che insegnava agli altri l’arte dell’orto. Era bello. Sapeva di natura.
Era pratica di un rispetto verso il mondo. Con l’augurio che qualcosa si salvasse, da una distruzione.
Iniziata chi sa quando, perenne, perniciosa. Sputnik vestiva malissimo, e si grattava le natiche. E
altrettanto fastidiosamente con le dita si spostava il sedere dai jeans, attaccatosi alle mutande,
incollato dal sudore. il suo vero nome era Enrico Froli, e aveva un fratello, Ermanno, con cui lei
uscì molte volte. Quasi divennero appuntamenti importanti, ma dopo attenta valutazione, lei lo
bocciò. Era che preferiva stare sola. Perché era meglio che con un uomo. Meno impegnativo.

Filippo, era una questione diversa. Il loro primo incontro fu uno scontro.

Nell’anno in cui doveva finire il mondo, secondo i calcoli degli antichi Maya, Carmen stava
rincasando. L’aspettava la cena, e una placida serata. Alle otto di sera, però, quel cielo era nero più
del nero, così scuro che pareva come inchiostrato due volte. Abitando in una casa che aveva il
garage sotterraneo, lei non poté che vedere lui solo quando era troppo tardi. Lo scooter lo colse a
una gamba, e lo fece cadere a terra, e non servì frenare, perché la ruota davanti gli passò comunque
sulla spalla e gliela lussò. Dovette portare un tutore per un mese, e fu fastidioso, perché prudeva, ma
risolse molto, se non che rifiutò la fisioterapia, perché il tempo speso per quella cura era un costo
più alto, a suo parere, rispetto a quanto sarebbe migliorato fisicamente. Uno zero virgola, a contare.
Per non parlare del dolore cronico che gli era stato diagnosticato, il che equivaleva a dire che per

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tutta la vita avrebbe sentito fargli male la parte offesa. Specie quando cambiava il tempo, come se
avesse una bussola meteorologica nella scapola. Non era una cosa da poco. No. Per non dire anche
del trauma cranico, conseguenza dell’impatto nella caduta. Ma anche a Carmen non andò affatto
bene. Il rimorso le dettò una vergogna subitanea. L’assicurazione presto le sarebbe maggiorata
vertiginosamente. E inoltre il naso le sbatté sul parabrezza, e finirono, la colpevole e il colpito, nello
stesso ospedale. Lo stesso di Matilde.

Sì, prima dobbiamo dire di Matilde.

La cuginetta Matilde era stesa sul letto destro, e Filippo si imbarazzò per quel seno piccolo e
perfetto che le spuntava dalla canottiera, perché il dettaglio anatomico lo attrasse, indubbiamente.
(A scanso di incesti, per fortuna era cugina di secondo grado, e quasi maggiorenne). Sola in quella
stanza, le apparve così fragile. eppure il suo aspetto era migliorato molto. Era svenuta durante una
manifestazione. Lei neanche si capiva, perché stava lì; forse per caso, forse era uscita da un negozio
e si era incanalata lungo la via principale, che per la pericolosa occasione non sarebbe dovuta essere
percorsa da chi non si era schierato. Quel che era certo, era che nessuno le aveva fatto niente, ma
l’avevano trovata a terra. Filippo non se la sentì di chiedere che fosse stato , lo avrebbe saputo dai
parenti. Accanto a lei, un altro letto, con sopra una busta. Era piena di bigiotteria. Un presunto
Maestro del cinema, tale Vasco Graziani, una sorta di Antonioni più Bertolucci, aveva scelto
Matilde per una breve comparsa. E, dispiaciuto per l’incidente occorsole, si era recato là, e,
sperando tornasse cosciente, le aveva portato una borsa piena di braccialetti, di poco valore. Per
distrarla. Uno d’essi, a sua scelta, lo doveva indossare nel film. Che era il remake di Io ballo da
sola. (Siccome Vasco poteva essere un Maestro, ma anche un polipone, preda ad impulsi d’una
costante satiriasi, nonostante avessero accettato che vi recitasse, la condizione tacita era che i
parenti le fossero vicini tanto spesso da poterla proteggere. Se le permisero di partecipare alla cena
finale, fu solo a patto che rincasasse con zio Bertrando. Non si sapeva mai. Spesse volte quella
lolita, più innocente che sbarazzina, era stata oggetto di mille sguardi, anche di adulti. Quanti di essi
erano stati lubrichi? In questo mondo, di nessuno ci si poteva fidare. Ci sono due parole per dire
casa in inglese. Una, è House. L’altra, Home. Se la famiglia apriva ad altri i suoi spazi, ciò non
significava che si potesse entrare a capofitto negli intimi anfratti delle loro umili ma dignitose vite).

Il fatto era che non si svegliava. Non era in coma, ma era come morta. Così il cugino le mise una
cuffia alle orecchie, senza che nessuno lo scoprisse, perché non era accertata come valida cura, ed
era un metter mano al paziente dove le mani le dovevan mettere solo loro. Le fece sentire
Impiccheranno Geordie a un volume né alto né basso. Sapeva che le piaceva. Lo aveva visto fare in
tante fiction, e non seppe dirsi perché fece lo stesso, non volendo ammettere che temesse il peggio,
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e di non rivederla mai più. Funzionò. Però non aprì subito gli occhi, dovette sentirla tutta, per
rimpadronirsi del mondo.

Ecco come fu che Carmen aveva già conosciuto quell’uomo. Ma non lo ricordava, c’era stata la fine
di Aldo, nel mezzo.

Perla andò da lui, quel giorno dell’’inverno 2012.

- Scusi, mia sorella di là sta male, perché non sa lei come sta!, - disse, con dolce voce.

A quel punto tutta la rabbia svanì, fu gradita tanta gentilezza. Pochi attimi prima, quel dolore
immenso, come un mostro che mordesse senza voler lasciare la presa. La paura di restar ciechi, con
la vista che si appannava, e il non capire, perché tanto male dopo esser semplicemente ruzzolati in
terra. Capita, cadere. Erano stati fortunati, i due. Un’ambulanza stava rientrando senza occupanti nel
retro, così non fu dovuto chiamare il soccorso. Furono trasportati entrambi. Probabilmente Carmen
andò con i familiari per seguire che fosse successo all’uomo, senza neanche badare a che fosse
successo a sé, limitandosi a piangere e a mettersi una mano sul viso, a carezzare la parte lesa. Il
naso. Poteva essersi addirittura rotta il setto. Filippo non lo ammise mai, ma certo che gliene
importava, di come stesse. Così come mal sopportò, quando lo seppe, che lei e Perla dovettero
perdere Aldo. Ripensò a Perla, e immaginò che sua sorella dovette inventarle un mondo in un
altrove, fatto di principesse, fate e fiori. In cui ai giorni si sommassero altri giorni, come una catena
di rosee felicità. Ed Aldo c’era ancora, c’era e non c’era. Doveva essere stato durissimo, per tutt’e
due. Ma fu risparmiato loro, se non altro, di subire il supplizio delle veglie ospedaliere.

La montagna che lo divorò fu nelle Alpi Cozie. Può darsi che alzando gli occhi al cielo guardasse al
Monviso.

Fu raccolto, e loro non lo videro nemmeno essere inumato, perché i nonni le avevano invitate in
vacanza assai lontano, ed era stato meglio concedere loro qualcosa di più confortante di un gelido
lutto. Gli portarono un mazzo di crisantemi, che già era l’ombra muta d’un fratello scomparso. Un
vento, nel luogo che lo devastò e cancellò, un vento fu l’ultima eco indifferente del respiro che gli
fu tolto.




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C’era il Battello degli Scrittori, ormeggiato presso un luogo che da una parte era assai agevole da
raggiungere, dall’altra non era noto che a pochissimi. Che ci facevano, gli scrittori sul Battello?
Fraternizzavano, litigavano, scribacchiavano. Più che altro, progettavano come governare il Paese,
senza i politici tra gli zebedei. Da soli, sì. Coi cittadini, ovvio, previe riunioni, ma solo se
leggevano. Se no, se analfabeti o quasi, gli uni da una parte, gli altri dall’altra. Che han fatto? Han
preso la Costituzione, l’hanno revisionata articolo per articolo, per poi dire: questo sì, questo no,
questo sì così, l’altro quasi, l’altro ancora no, non proprio. Da questa cernita nacque la Mattanza,
tutte le leggi cancellate, poche riproposte o nate lì per là! Uno scrittore, ch’era stato senatore,
dimessosi per coerenza con quel clima di fervente anarchia, fece da giudice supremo. Discusse,
approvò, ricusò. Il Codice della Mattanza sarebbe stata la nuova Costituzione. Ma solo di chi
l’accettasse.

Sul Battello degli Scrittori, si facevan anche altre cose.

Si ammonticchiavano libri, da porre poi su una chiatta, per una biblioteca fluitante ( ma nessuno
saliva, gli scaffali li si portava a terra, con prestito a fiducia, con velata minaccia di rivalsa in caso
di mancata restituzione); si lavava per terra con acqua di mare e lavanda. Più olio di gomito; ci si
agghindava da Mel Gibson/ William Wallace, recitando orgogliosamente, a petto in fuori, che
Possono toglierci la nostra vita, ma non la nostra libertà, e questo perché nel 1313 scozzesi e
irlandesi combatterono fieramente contro l’esercito inglese, dopo anni di soprusi e di tirannie
feudali, e ciò era anche a distanza di secoli una cosa degna di gran merito; si sedeva col sodale
preferito a filosofare, ben sapendo che difficilmente ci si sarebbe rivisti, eppure tanti baci abbracci e
promesse d’eterna reciproca stima...

Si parlava anche dell’ RMS Titanic, dove R,M,S, stanno per Royal Mail Service.
Questo perché si stavano producendo copie a bizzeffe, in tutti gli angoli del mondo, seguendo una
volontà epigona che dal 2006 intendeva riesumare dagli abissi della storia repliche della maestosa
imbarcazione. Esperti si erano riuniti da ogni angolo per dibattere e rievocare.
- Sembrerebbe che un operaio sia deceduto durante il varo.-

- Al momento di salpare, il Titanic ha scampato per un soffio la collisione con la nave New
York.-

- Due fisici hanno dimostrato che, ad aver causato la presenza anomala di iceberg in quella
zona furono maree non ordinarie causate dall’allineamento speciale della Luna con il Sole.-


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- O son stati i gesuiti, per una ripicca su dei fondi. O ad affondare è stata la gemella Olympic,
per riscuotere il premio assicurativo.-

- E’vero, erano tre le navi. C’erano la Olympic e la Gigantic.-

- La Californian o la Samson furono sulla rotta del Titanic, ma non agirono al lancio dei fari.-

- Forse non potevano.-

- Forse non volevano.-

- Vogliamo dire della chiave? Se si fossero presi i binocoli!-

- E se la manovra di Hitchins non fosse stata errata? –

- Ma che dici! Era troppo tardi comunque! Chiamala fatalità. O destino.-

Questi i discorsi più tranquilli. Perché ve n’erano assai più esagitati, frequentemente. Ma solo una
volta fu ricordato ciò che si faceva su quella nave. E cioè che si leggeva, si giocava a carte, si
ascoltava l’orchestra, ci si godeva l’esotico bagno turco. E si concepivano figli, stando ai calcoli di
quando le partorienti misero alla luce la prole.

La chiatta, arredata con molto vimini, venne usata per molti scopi. Ballo liscio, breakdance, alcova,
campetto da minigolf. I lettori si spartirono i libri come doni, e se li portarono a casa, per non dover
disturbare danzatori, fornicatori e sportivi. Uno dei Disputanti si aggiudicò anche una rara copia di
Futility or the Wreck of the Titan di Morgan Robertson: che parlava di un uguale Titan che si
inabissò proprio allo stesso modo.

C’erano, poi, quei timidi lettori. Spuntavano come topi a caccia di formaggio.


C’erano Matteo Bianchi che amava Il giovane Holden;

Alice Rossi, che leggeva solo storie d’amore in cui lui e lei si baciavano amavano stringevano, ma
non quelle in cui alla fine si lasciavano, perché l’abbandono non è una cosa che sa d’amore;

Andrea Azzurri, che cercava solo i capolavori, ma nemmeno lui sapeva come distinguere i grandi
libri che facevano schifo da quelli sconosciuti, ma splendidi, essendo tutti fatti di copertine, costole,
e fogli uno sull’altro;

Veronica Verdi che, non sapendo davvero che prendere, e anche perché fosse lì, leggeva solo il
retro, e lasciava agli altri i tomi.

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C’erano, una volta, più lettori. Ed è bene che abbian conosciuto cosa sia la cultura, ma è buon per
loro che siano cresciuti facendo anche tante altre belle cose. O sarebbero finiti come quegli
scimuniti, riuniti a parlare di cose avvenute un secolo prima, e che non li toccavano minimamente,
se non per la loro capricciosa curiosità, tipica di chi non ha niente da fare, e può gingillarsi in
svariate quisquilie.




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Nell’ultimo viaggio una copia del Battello degli Scrittori, il Traghetto dei Benvenuti, caricò persone
della Lista “Olvidados”. I Dimenticati furono delle persone che avevano inquinato il mondo. Tra
essi c’era il Carnari, che scontata la pena, era libero d’imbarcarsi. Questa strana circostanza faceva
pensare a una sorta di contrappasso, come se la giustizia ordinaria senza quella sommaria non ce la
facesse, a mitigare i danni dei torti. E che, non potendosi fare giustizia da sé, farlo con uno
stratagemma ingegnoso costituiva di per se stesso anche un alibi di fronte all’accusa di aver fatto a
loro del male. L’assunto di base era che chi aveva fatto delle cose terribili, non fosse più un uomo, e
in quanto non più umano, intervenire sulla sua vita, ponendole fine, non era tanto grave. Persa
l’umanità. Ma chi fu a giudicare? Chi li trovò, e chi volle che si riunissero? O un buon castigatore, o
un malvagio perverso. Tanto di ciò che accadde, in quegli anni volti al futuro in modo così rutilante,
come se per farsi perdonare di non essere arrivati a costruire dischi volanti, ci si dovesse aggrappare
a ogni sorta di novità, anche se con la sua introduzione mal se ne valutavano gli immancabili effetti
collaterali.

La Grande Balena Marcia era, a dispetto del nome, un enorme Pesce S.Pietro.


Modificato geneticamente per essere così voluminoso e capiente, per ingollare ogni tipo di sostanza
e quanta più gran quantità di roba un animale potesse. Aveva vissuto una vita triste e miseranda.
Nata nel Mar Morto, aveva solcato Atlantico, Pacifico, Mediterraneo. Ed Artico e Antartico.

Gli Eschimesi lo chiamavano Il Pesce Peggiore, ed erano convinti che fosse il dio del Mare e della
Malvagità;

Gli Indiani delle Riserve lo chiamavano Mostro Silente, ed avevano alzato totem a forma di murena
e di barracuda, al fine di dissuaderlo dal lambire le loro coste (riservate, appunto, a loro);

Gli Americani l’appellavano Grey Whale (Balena Grigia), perché aveva il colore della spazzatura.
Ed era così, perché traeva il pigmento da ciò di cui si nutriva! Ossia tutti i rifiuti. Organici,
metallici, plastici. Tutto entrava in quella bocca, priva di selettive papille gustative, e in quello
stomaco privo di regole alimentari. Quel che veniva da scarti edili, refurtive, ditte iperproduttive,
residui bellici pedemontani, beni tirati ai coniugi (durante litigi antecedenti divorzi), e pulizie di
primavera con chi più ne ha più ne metta. Povera “Balenaccia”. Era brutta, sorda e sordida perché
l’uomo l’aveva creata a immagine di quella parte di sé ch’era proprio così.

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Il Titanic Due affondò e uccise il falso cetaceo, come se arpionasse Moby Dick. Per antonomasia.
Epicamente. Pesciaccio che morendo si liberò dal fardello d’un’ittica esistenza infame: si squarciò e
schifezze varie piombarono nella prua, spingendosi fino a poppa. Due putride mezze parti si
inabissarono, putrefacendosi sul fondo. I passeggeri delinquenti non ebbero scialuppe su cui salire.
Intente a tramare reati futuri e a cospirare insieme, non avevano reclamato, non accorgendosi del
fatto che erano stati privati dei mezzi per salvarsi, tanto il biglietto gratuito li aveva allettati a
dovere.

Nessun parente chiese mai di riaverne le ossa. Che ancora giacciono là tra l’acciaio. Con una
colletta, avrebbero potuto finanziare la subacquea rimozione. Preferirono lasciar stare.




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Il Nuovo Titanic, non colò a picco, come la versione precedente, che nel 1912 sbatté contro un
enorme iceberg, e colò a picco. Non subito, ma dopo che la terza classe si rese conto di cosa
significasse non stare in prima, in termini di vantaggi, e non prima che i ricchi si accorsero che
avere dei privilegi quando si sta affondando con tonnellate di acciaio a fare da eterna bara, non
serve poi a molto. E quindi, chi se ne fregava più di vestiti, gioielli, concerti, e fasti vari. La morte
colse tutti con la stessa paura, e li costrinse a un forzato destino. Persino Leonardo Di Caprio si
perse nelle gelide acque (ma quello, ottantacinque anni dopo, e non andò tanto male, in fin dei
conti...)

La Grande Nave era studiata in modo diverso dall’antica gemella.

Per prima cosa, non si cercò di risparmiare sui materiali. E poi, si fece una ricognizione, prima, su
tutta la rotta della crociera. E grossi ammassi di ghiaccio, non ce ne stavano. Magari, ce ne fossero
stati. Li si sarebbe potuti deviare. Non c’erano, perché l’effetto serra stava sciogliendo quei blocchi
come una granita al sole. I mari si ingrossavano, ma temporaneamente, mentre il sole vaporizzava
fiumi e torrenti, e questa nuova acqua, se scorreva, era per far danni, e non per andare negli affluenti
a ridar corpo agli alvei fluviali. Il meteo era cambiato da tempo. Solo che si stavano ammirando
tante di quelle novità climatiche che non si poteva che essere avviliti da tanto pessimismo.

Carmen vide dall’oblò un’altra grande balena. Stavolta una normale, che faceva entrare l’acqua nei
fanoni per setacciare il plancton. Era come se preconizzasse che si sarebbe certo arenata, a seguire
la rotta del suo lasciarsi carezzare e avvolgere da quelle onde che, cadenzate, la stavano traendo
nella stessa loro direzione. E in effetti, settimane dopo, seppe che si era spiaggiata proprio quando
l’allegro equipaggio fu sbarcato. Se non avesse badato ad aggiustarsi il cappello, e avesse visto alla
sua destra, l’avrebbe notata e avrebbe potuto fare qualcosa. Ma il vento le stava portando via il
copricapo, e non poteva permetterlo. Un secondo refolo glielo portò via comunque, ma lo spinse a
sinistra, quindi fu là che rivolse lo sguardo.

La carcassa del cetaceo fu fotografata per i giornali, e rimossa in breve tempo, prima che i turisti e i
loro figli potessero indignarsi e schifarsi. Ma non prima che dei ragazzini vi entrassero dentro.
Avevano rubato una katana a Sputnik, che collezionava spade antiche. E pensavano, oltre a
restituirgliela, di usarla per sfondare l’animale da dentro, come in un cartone animato. Ne fecero la
loro tenda, finché il cattivo odore non li fece uscire, e allora videro i volti dei loro genitori

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arrabbiatissimi, che avevano saputo della loro marachella, e si erano accampati fuori, temendo,
entrando nella balena, che se fossero piombati davanti ai figli all’improvviso, si sarebbero
spaventati oltremisura. Per evitar loro un malore, li avevano attesi fuori. Ma fu l’unica cosa che gli
concessero, perché a casa fecero i conti. Punizioni, paghette requisite, e per rimproveri anatemi
solenni.

Il viaggio proseguì, senz’altri contrattempi. Mentre lei si era accontentata di portare il suo gatto,
Amorino, aveva mosso mari e monti per dare a Filippo la possibilità di decidere chi sarebbe venuto
in prima classe con loro. Il suo secondo libro, La Grande Nave, era una metafora delle
contraddizioni del Terzo Millennio. E, unito a Come stella luminosa, le era valso il premio Nobel
per al Letteratura. L’ultima volta aveva vinto un cantante statunitense, e si pensava che per ambire a
un premio così prestigioso, si dovesse mettere una certa poesia nel gran fiume di parole che si
poneva agli occhi del mondo. Oppure, in tempi tanto brutti, in cui tornavano le crisi economiche, le
guerre, le incertezze e gli odi, come in un continuo panta rei in cui fosse difficile mantenersi
equilibrati, attendendo altro che non una catastrofe, sognando altro, in tempi simili si era pensato a
far vincere la musica. Perché nella musica ci sta un qualcosa che fa battere i cuori di tutti, come
all’unisono. O forse la giuria era stanca di leggere davvero tanti libri, e coi lyrics si faceva prima.
Mistero svedese.



La vittoria all’Italia non smosse nessun entusiasmo. Nessuno conosceva questa Carmen Meniconi
venuta dal nulla, e tutti si gettarono a comprare i suoi libri come se fosse una guru, e intendessero
aderire al suo culto da adepti. Lunghe file alle librerie per accaparrarsi entrambi i titoli, che stettero
a lungo nelle prime dieci posizioni della classifica. Non si era mai visto niente di simile. Eppure
quel successo durò poco. Livio Sorgi, un brufoloso attore di una serie televisiva, Camminando con
gli amici, una sorta di rifacimento di Alex&Co., scrisse un romanzetto in cui presentava
un’immagine edulcorata della società dei teenager, tra amorazzi di scuola, battiti di mano in cui ci si
“dava il cinque” tra tipi giusti, e simili amenità. Bene, fu l’inizio della fine per Carmen. Prima la
sorpassò nelle vendite. Quindi, ebbe recensioni positive da Pancrazio Magnozzi, che conduceva su
un canale un noioso programma “Quando la Berta filava”, mentre la moglie la sera si proponeva in
“E la Berta non si marita” come patetica pseudopsicologa dell’amore per le giovani coppie. Ma il
fratello di Magnozzi era anche proprietario di una testata giornalistica e di varie televisioni
nazionali.




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Fu troppo. Il mondo di Carmen crollò.


Quindi, ricevuto il premio in Svezia, partita apposta, ma garantitole un più ampio tour, decise di
assumere ancora il ruolo della buona fatina dai mille favolistici doni. Filippo, non era cambiato,
andava sempre dietro alle gonne delle donne. Solo, era un poco più riottoso, e non aveva più quella
luce negli occhi, che lei tanto aveva apprezzato quando lo aveva conosciuto. Così, anche per sperare
di riaccenderglielo, gli dette carta bianca. Inutile immaginarsi che chiese: rivide Karol. Che gli
raccontò della sua grandissima passione per la recitazione e per il canto. Gli confidò che sua nonna
la difendeva, nel perseguire di ottenere queste ambizioni artistiche, mentre il resto della famiglia era
preoccupato per la sua carriera scolastica, che doveva necessariamente venir prima, per il suo bene.
Gli parlò delle sue apprezzatissime esperienze attoriali in La novicia rebelde, El Mago de Oz, e
Anita la huerfanita.

A Carmen piaceva molto vederli insieme, perché le sembrava stavolta di dargli qualcosa che
metteva fine al suo rimorso per averlo lesionato. Era stato tanto tempo fa, è vero, e vero era anche
che certamente l’aveva già perdonata. Ma il dolore cronico era, più che un disturbo, quasi una vera
e propria patologia, e non era stato il caso di ricorrere ad alcune innovative risorse per fronteggiarlo,
che erano da riservarsi a casi ben più gravi del suo. La presenza di Karol, dovette confortarlo molto,
perché tornò ad apparire in piena forma. La fissava, senza staccarle gli occhi di dosso, e l’ascoltava
come se il suo fosse il canto melodioso di una sirena.



La portò in un viale alberato, perché era una delle poche zone della città in cui c’erano sprazzi di
natura, e voleva che ci fosse qualcosa attorno a loro che richiamasse l’Argentina. Certo, non c’era
paragone, ma insisté nel far sì che stessero a fianco in un simile, suggestivo contesto. Lei indossò,
seduta ad una panchina, un paio di roller, prelevandoli dallo zaino, che non lasciava mai. E roteò, e
piroettò. Finché, dopo traiettorie vorticose sempre più ampie, prese una direzione rettilinea, e sparì.
Verso chissà dove, e chissà quando, e in quali circostanze, i due si sarebbero mai rivisti. Avrebbe
voluto richiamarla, ma non alzò la voce per farlo. Forse non sapeva che dirle ancora, e lasciarla
libera gli parve la cosa più naturale in quel momento. O forse pensava che, come un boomerang,
come fosse balzata di colpo, altrettanto repentinamente sarebbe tornata. Ma sicuramente Karol era
una ragazza che sapeva incantare, sì, ma anche sorprendere. Quando meno se l’aspettò, senza che ci
fosse un senso, lei gli cantò una canzone che gli parve molto familiare. Era il tema principale di Soy
Luna!:


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- Sono ad un passo da sfiorare il cielo/ Sto sfidando la gravità/ Questo sogno è così grande/
Che niente mi sveglierà/ So che non esiste la paura/ Quando credi in quel che fai/
L’emozione è la spinta che in me/ Non si ferma mai/ Quello che ora provo è quasi magico/
Non ci sono limiti per me/ E se cado torno in volo/ E salgo ancor più su/ Indietro non si va/
Ho voglia di rischiare/ Nessuna pioggia piegherà le mie ali/ Aprirò le mie ali/ Per poter
spiccare un volo/ Che mi porti lontano/ Sempre più lontano/ Indietro non si va/ Ho voglia di
rischiare/ Nessuna pioggia piegherà le mie ali/ Dentro i miei sogni so/ Che nulla è più
proibito/ Tutto è possibile...-


...Se hai le tue ali...




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Epilogo

- Karol Sevilla! Che viso incredibile!, - pensò Lui.
Ci pensava sempre, a lei, continuamente. In passato, era stato malato di sex addiction e di love
addiction. Era normale che avesse pulsioni verso l'altro sesso, ed era normale che si innamorasse
di altre dopo che si era già convinto di esserlo prima. Di altre ancora. Filippo era, incredibilmente,
una persona eccentrica, eppure aveva l’aria di essere normale. Che cosa lo distinguesse dagli altri
era difficile dirlo, dato che tutti abbiamo due gambe, due braccia... E quindi in quel famigerato
anno 2018 innamorarsi virtualmente di una ragazza, era una cosa bizzarra e patetica. Fino a che
punto si era ficcato in testa che quello fosse amore? Amore vero, reale...Ma che cosa voleva dire
reale o vero se l’amore è una cosa che non si tocca, non ha consistenza, non è comprovabile? Il
fatto stesso che pensasse a lei con tanta assiduità, era solo la conseguenza del fatto che
evidentemente non aveva molto da fare. O lo aveva, ma se ne infischiava. Stava fallendo, proprio
come persona. Niente lavoro, e niente stipula di un assegno di invalidità parziale per il dolore
cronico che lo affliggeva. Certo, alcune cose che lenivano quel malessere, lo avevano quasi
guarito, ma mai totalmente, e spesso le fitte alla spalla erano accompagnate da un uguale segnale
che veniva dalla colonna vertebrale. Ingrassava, dimagriva. Eppure non c’era niente che non
andasse, tranne che quell’attività di scrittore senza successo non poteva garantirgli altro se non il
prodromo con cui si fissava ancora di più con il fatto che fosse quasi fatto solo per scrivere. Che
stupidità. C’erano mille altre cose da fare, e mille ancora. Anche con la spalla dolente.


- I giovani hanno l’avidità di guadagnare presto, e subito, denaro, e non capiscono che prima
viene il lavoro!- disse Sergianni, uscendo dal barbiere. E dietro i bevitori del circolo che lo
seguivano ammutoliti, annuendo solo per non dare a vedere che dissentissero.


Filippo passò proprio allora, e lo sentì, ma sentì soprattutto il forte rumore del traffico. Aveva
inviato il curriculum alla Time Srl che poteva chiamarlo da un momento all’altro per l’accensione
dei lumini per il giorno di San Ranieri. Ma disperava dal fatto di essere chiamato, perché i giovani
erano sempre più favoriti negli ingaggi. Perché erano più veloci. Sì, poteva anche essere vero. Ma
non era possibile pensare che tutto fosse dovuto per loro perché spendevano di più e in certi
negozi, il cui commerciante li attendeva come eroi per prender loro le straamatissime banconote,
che loro elargivano come fossero cose che valevano poco. E in effetti l’Euro, era una moneta
stupenda, che avrebbe tolto la fame nel mondo e risolto centinaia di problematiche micro e
macroeconomiche. Gestito saggiamente! Usato accortamente! Ma come? Finito nella spesa, non è

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che sparisse: passava da una mano all’altra. Ma che mano? Maschile, femminile? Giovane,
anziana? Onesta, corrotta?


Era inutile scervellarsi tanto su questioni sì, importanti, ma di cui non ci si poteva metter mano. Se
si fosse stati tutti possessori di diritti riguardo la Zecca, ma lo era lo Stato, lo Stato che eravamo
noi, ma anche uno Stato in cui non ci si riconosceva. Se i politici, le giunte, fossero stati possessori
in quanto soci azionisti di quote che facevano capo al possesso dei supermercati, avrebbero potuto
bene far alzare alle commesse i sederi, per un saluto di congedo, e far entrare altre donne, tra cui
le giovani che avrebbero potuto finire col vendere il proprio corpo per cinquanta o cento euro sui
siti di incontri. (Gioco che aveva soppiantato il Superenalotto in quanto a somme e “giocatori” e
che era un fenomeno inarrestabile, legato alla crescente domanda e offerta di corpi femminili, tratti
nella schiavitù o volontariamente offerti). Ma il lavoro sarebbe stato tanto, e dato a tante? Quanto
se ne poteva dare? A chi sarebbe stato assegnato, e a chi no? Questo a Filippo non gliene fregava.
Lui aveva in testa solo la sua beniamina. Karol, Karol, Karol...


Karol. Che quando in Italia erano le dieci del mattino, dove lei abitava erano le cinque, e lei era a
letto mentre lui la cercava in rete, e le scriveva mille cose sui Social Network, chissà perché, e con
che intenzioni, se nessun premio era esigibile, e se tutto quel tempo non era altro che uno spreco
incredibile di energie psichiche mal investite. All’amor non si comanda...ma quale amore? Lei
aveva diciotto anni, quasi diciannove. Era maggiorenne, nel suo paese? Già, non se lo era chiesto.


- Un giorno vado a Washington, dove si può andare anche con quelle che hanno sedici anni.-
disse a Paolo Gaggi, che si stava stupefacendo di quella Ferrari truccatissima.


Sì, stava guidando un’auto, senza avere la patente. Perché l’anno era il 3018, a NewPolis. E il
clone di Karol era bello come l’originale. Quel 3018 era costruito per parere proprio il 2018. Ma
Filippo non era un clone. Era passato in quella dimensione, morendo di crepacuore quando la vera
Karol si era fidanzata veramente con un giovane artista! No, no, non era morto, ovvio...Diciamo,
quasi morto. Eppure quel malore lo aveva fatto cadere in un velo che lo aveva fatto passare nel
futuro.


Lo salvò Jordi.




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Jordi lo afferro mentre lui era a braccetto con la Karol clonata, che entrò nel 2018. Si chiamava
Jordana Bright. Quando volle fare qualcosa, questa tipa volle far incontrare Filippo con la vera
Karol Sevilla, e per farlo usò il proprio cervello, che conteneva qualcosa di uguale con quello
dell’altra. Davanti a uno schermo, venne fuori che di fronte alle immagini di una tartaruga, lei
aveva come un sussulto, e quindi si capì che questo animale le piacesse molto. Saputo questo, Jordi
cercò con un programma chi avesse scaricato in Argentina immagini di tartarughe negli anni in cui
Karol Sevilla era in vita. Jordi, anche lui veniva dal futuro. Era il ragazzo di Jordana, e tenendola
per mano quando Filippo l’ha strattonata, era cascato anche lui nel passato!
- Che epoca antica! Aiuto, voglio tornare nel 3018!-
- Ma dai, caro, non è colpa sua! Lui cercava lei. Le assomiglio tanto?-
- Sì. Tranne gli occhi. I tuoi sono migliorati. Tu non porti gli occhiali, vero?-
- No. Ho dieci decimi.-
- Buon per te.-
- Senti, Jordi ha trovato che un computer di Buenos Aires ha scaricato immagini di
tartarughe nel 2006! Probabilmente c’era qualcuno adulto con lei all’epoca, per non farle
stancare la vista.-
- Potrebbe essere chiunque.-
- Abbiamo trovato anche la zona in cui è stato scaricato e corrisponde a un locale non
lontano dalla sua casa.-
- Sappiamo dove abita?-
- Sì. La sua casa è in una mappa su un sito, e chiunque può sapere dove sta. Immagino ci
siano degli addetti al giardino che fungono anche da guardie del corpo!-
- Ma scusate, lei canta, balla e recita! Si diverte qui e là...Tornerà a casa per la cena, per
dormire! Che altro può fare?-
- Già.-
- Scusate, ma chi è questa che stiamo cercando?-


Ragguagliarono Jordi su quella patetica storia d’amore impossibile. Filippo si imbarazzò poco,
perché Jordi aveva un’aria quasi robotica come se fosse un automa. Quando arrivarono al locale
“Chupa Mi Paleta”, che faceva solo cucina messicana, saltò fuori che il proprietario, Guillermo
Guitarro detto El Chorro si ricordava bene di quella bambina sorridente e deliziosa che entrò con
la famiglia per il pranzo.
- Come dimenticare quella splendida famiglia! Abitano proprio in questa zona. La ragazza è
cresciuta ora, è famosa. Sapete tutti che strada ha fatto.-

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- E’ davvero bellissima adesso – disse Filippo.
- Grazie!- disse Jordana, ridendo, mentre Jordi al suo fianco rimase impassibile, non
capendo...
Aveva cercato ragazzi nei social network e stava uscendo con qualcuno. Filippo era stato
sfortunato. Il suo spagnolo era migliorato molto, ma non era perfetto, era difficilissimo per lui
poter comunicare bene con lei...prenderla in moglie...Per i soldi non c’era problema, nel 3018 la
Ferrari truccatissima valeva milioni, e qualcuno era morto inseguendo Jordana, Jordi e Filippo
durante il passaggio nello Strappo Temporale, e per poco non li ammazzava tutti e tre!
Dato il cadavere a un obitorio, la Ferrari era quella rubata al Filippo del 3018!
- E tornata più o meno al legittimo proprietario!-
Quindi tanto benessere, ma anche tanto per niente, se lei era già impegnata, se lei era ancora
“tanto messicana” quanto un italiano non poteva comprendere verbalmente...La lingua era un
ostacolo ben maggiore che non la distanza tra i continenti. Poteva impararne la grammatica, il
glossario, ma parlarlo era difficilissimo: troppi verbi, troppi “falsos amigos”, cioè parole che
somigliano o sono identiche, ma che significano semanticamente cose diverse. E poi perché
portarla da un’Argentina lussureggiante di verde e di colori a un’Italia grigia e fredda, che non
somigliava all’Italia delle cartoline? Perché portarla a andare a letto con uno che aveva il doppio
dei suoi anni? Per un sedicente amore che non era niente di misurabile?
E poi che cosa era l’amore, nel 2018?


She is got it, baby, she is got it, I’m your Venus, I’m your fire, your desire! , recitava una canzone a
tutto volume nella radio.


Jordana era tentata di lasciare Jordi per mettersi con Filippo, dargli quel corpo che bramava
tanto, e solo perché quelle frasi su Twitter erano così belle, e così intense, lui che le diceva quanto
era hermosa, quanto i loro corazones dovevano essere juntos…


Sono la tua Venere, sono il tuo desiderio, diceva la canzone.


Ma Karol era quella vera. Non il clone Jordana. E adesso stavano ballando. La spalla gli faceva
male. Lui non poteva correre, ballare, fare tutto quel che facevano gli altri. Ma ci stava provando.
Lei gli sorrideva. Aveva dei denti molto belli, sembrava come se non fossero nati perfetti, ma che si
fossero conformati armonicamente in un sorriso degno di una ragazza appartenente a un antica
stirpe, come quella dei Maya...O degli Incas, degli Aztechi... Una figura mitologica, perché tutti

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Filippo Armaioli Magi La magia delle ragazze
glielo dicevano spessissimo, che lei era “diosa”, una Dea. Con lei avrebbe fatto molto che fosse
“padrissimo”...


Non si sa se in quel 2018 intriso di commistioni del millennio successivo Karol e Filippo sarebbero
stati insieme. Era davvero improbabilissimo. Eppure non usarono lo spagnolo, o l’italiano. Si
strinsero in un abbraccio...


E ballarono. Per poco tempo.


L’emozione fu troppa. Lui svenne.


Quando si svegliò, lei era già tornata a casa, tra i suoi orsi di peluche e le mille cose da
organizzare per il giorno seguente.


Jordi e Jordana non poterono tornare nel loro tempo. E si rifugiarono in Canada, in una baita.
Dove vissero a lungo. Di Filippo e di Karol, solo gli amici di lui e quelli di lei sanno che ne sia
stato, dopo, e nessuno si arrischiò mai a chiedere troppo, essendo loro solo due persone, in mezzo a
miliardi di altre.


Due nel mondo.
*




Si stagliò sul cielo, ma fu come fosse invisibile, perché nessuno lo noto. Vibrando volava,
analizzando il panorama sottostante con la registrazione di un video, che equivaleva alla fotografia
di mille scatti. Così, si poté poi vedere tutti i protagonisti di questa storia tornare alle loro case,
lasciando nei loro rispettivi silenzi i tanti segreti che ogni persona nasconde. E questo, il piccolo
drone non lo poteva scannerizzare a raggi x. Questo, ciò che stava loro dentro, non lo vedeva, non
lo catturava, essendogli impossibile. La città, quella sì. Dall’alto, tante altre persone estranee alle
nostre vicende camminavano, ridevano, si arrabbiavano. Facevano tutto ciò che gli passava per la
mente. E si sarebbero coricati i nostri protagonisti, risvegliandosi con alcune di queste persone,
chissà. Si sarebbero salutati, conosciuti, oppure no.

I cattivi di questa storia, come sapete, giacciono sul fondo del mare, e se lo sono meritati.
I buoni fanno varie cose:
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Verdiana ha due lauree, e fa con successo la aerial pole dancer.
Mimmo, che pensava di avere chissà quale malattia, ha scoperto semplicemente di essere
ipocondriaco. Guida una bisarca, ma non si sa perché, non gliela fanno mai muovere con sopra delle
auto, ma sempre sguarnita di veicoli, quasi non si fidassero.
Rosario ha iniziato a interessarsi alla lettura e alla scrittura, ma non riesce a superare il blocco dello
scrittore, restando per minuti davanti allo schermo bianco senza sapere come riempirlo. Però l’idea
di farlo, è per lui uno stimolo interessante comunque. Rimuove scritte vandaliche da mura e
saracinesche.

Perla ha saputo che hanno scritto un libro su di lei, e si è meravigliata. (Carmen, pure).
I Vip nominati, sono sotto shock.

Karol Sevilla, probabilmente, ha davvero mille progetti...

Seymour invece sta bene, divora insalate, e corre sempre sulla sua ruota.




I brani musicali citati nel romanzo sono:

Impiccheranno Geordie di Gabry Ponte

Come le star (colonna sonora di Maggie & Bianca Fashion Friends)
Alas ( Tutto è possibile) di Karol Sevilla




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